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martedì | 17 Febbraio | 2026
Elena Sabbatini
Elena Sabbatini
Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.

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“Un populu” è ancora un grido: la poesia-resistenza di Ignazio Buttitta

Con la poesia Un populu, Ignazio Buttitta ci ricorda che togliere la lingua a un popolo significa cancellarne l’anima.

Elena Sabbatini
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Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.
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C’è una voce che ancora oggi attraversa la Sicilia come un vento antico e potente. È la voce di Ignazio Buttitta, poeta della parola che resiste, che racconta, che si ribella. La sua poesia Un populu non è solo un testo da leggere: è un grido inciso nella pietra dell’identità siciliana e universale. Una dichiarazione di guerra all’oblio, una rivendicazione della memoria, della lingua e della libertà.

Ignazio Buttitta, la voce della Sicilia ribelle

Ignazio Buttitta nasce a Bagheria nel 1899 e attraversa tutto il Novecento con la forza di chi ha scelto da che parte stare. La sua poesia non è fatta per le accademie: è fatta per la piazza, per il popolo, per chi non ha voce. Scrive in siciliano, per amore e per necessità, perché solo così può dire il dolore e la dignità di una terra ferita ma mai arresa.

La sua vita è intrecciata con la storia: partecipa alla Resistenza, si impegna nella lotta politica e sociale, dialoga con Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia. È un poeta civile nel senso più autentico del termine. Le sue parole non accarezzano, scuotono.

“Un populu”: quando scrivere è libertà

Tra le sue poesie più celebri, Un populu è un pugno di versi che pesa come un macigno. Non serve leggerla due volte per capirne la forza. Eccola:

Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
 
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.
 
Un populo
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbano a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
 
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi n’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialetto
ca perdi na corda lu jornu.
 
Mentre arripezzu
a tila camuluta
ca tissiru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani.
 
E sugnu poviru:
haiu i dinari
e non li pozzu spènniri;
i giuielli
e non li pozzu rigalari;
u cantu
nta gaggia
cu l’ali tagghiati.
 
Un poviru
c’addatta nte minni strippi
da matri putativa
chi u chiama figghiu
pi nciuria.
 
Nuatri l’avevamu a matri,
nni l’arrubbaru;
aveva i minni a funtana di latti
e ci vìppiru tutti,
ora ci sputanu.
 
Nni ristò a vuci d’idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi no nni ponnu rubari.
 
Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poveri
e orfani u stissu.

Ignazio Buttitta
(da Lingua e dialettu, 1970)

In poche righe, Buttitta ci dice tutto: un popolo può sopravvivere a ogni sopruso, tranne a quello che cancella la sua memoria. La lingua diventa simbolo di resistenza. La scrittura, che per tanti era privilegio di pochi, si trasforma in atto politico, in autodeterminazione, in vita.

Leggi anche:  Ignazio Buttitta, difensore della lingua e dell’identità siciliana

Per Buttitta, “scriviri è libirtà” non è una metafora: è un’arma. La poesia non si chiude in sé stessa, ma si apre al mondo. È una denuncia verso chi opprime con il silenzio, verso chi domina cancellando la cultura altrui. E lo fa in dialetto, senza mai scendere a compromessi, perché solo così – con le parole del popolo – si può parlare al cuore del popolo.

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Una poesia ancora necessaria

Un populu è stata scritta decenni fa, ma sembra pensata per oggi. In un’epoca di sovrainformazione e smarrimento culturale, ci ricorda che ciò che conta è la voce, non il rumore. Che un’identità non si compra né si vende, si coltiva. E che chi dimentica la propria lingua, la propria storia, le proprie radici, finisce per non esistere più.

La Sicilia di Buttitta è viva nei suoi versi: sanguigna, colta, arrabbiata, orgogliosa. Una Sicilia che non vuole essere folkloristica, ma vera. Che pretende dignità. Un populu non è solo una poesia da studiare: è una poesia da leggere ad alta voce, oggi più che mai.

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