Poeta, militante, cantore dell’identità e della dignità del suo popolo: Ignazio Buttitta è una delle figure più rappresentative della cultura siciliana del Novecento. Ha tradotto in versi un secolo di storia sociale, politica, intellettuale dell’isola tra lotte contadine, due guerre mondiali, antifascismo e lotta contro la mafia.
Oggi la sua eredità continua a vivere non solo nelle sue opere, ma anche nelle iniziative che ne custodiscono il pensiero e la forza espressiva, come la Fondazione Ignazio Buttitta, che ne porta avanti lo spirito di impegno civile e culturale.
La vita spesa nella lotta sociale attraverso la poesia
Ignazio Buttitta nasce a Bagheria il 19 settembre 1899 da una famiglia di commercianti. Maschio di una coppia di gemelli, dopo aver conseguito la licenza elementare, inizia a lavorare col padre. Nel tempo entra in contatto con importanti figure della cultura isolana, tra cui Giuseppe Pipitone Federico, Luigi Natoli e Giuseppe Nicolosi Scandurra e nel 1922 fonda il circolo di cultura “Filippo Turati”, che pubblica il settimanale La povera gente.
Nello stesso clima di fervore politico e culturale pubblica le prime opere in dialetto, la raccolta Sintimintali (1923) e il poemetto Marabedda (1928), imponendosi come una voce autentica e popolare. Vicino a poeti come Alessio Di Giovanni e Vincenzo De Simone, Buttitta partecipa attivamente alla vita intellettuale palermitana e nel 1927 diventa condirettore del mensile La trazzera, rivista di letteratura dialettale soppressa dal regime fascista due anni più tardi.
Negli stessi anni conosce Angela Isaja, maestra elementare, che diventerà sua moglie e madre dei suoi quattro figli. Continua intanto la sua attività poetica e politica: collabora al Vespro Anarchico, quindicinale diretto da Paolo Schicchi, attraverso cui esprime la propria opposizione al fascismo e la vicinanza al mondo degli umili e dei lavoratori.
Durante la Seconda guerra mondiale si trasferisce a Codogno, in Lombardia, e dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia non riesce più a fare ritorno sull’isola. Qui prende parte attiva alla Resistenza nelle Brigate Matteotti, movimento di ispirazione socialista, venendo arrestato due volte. Dopo la Liberazione torna per un breve periodo in Sicilia, trovando la casa e i magazzini distrutti, e sceglie di stabilirsi nuovamente al Nord, dove riprende a lavorare come rappresentante.
In Lombardia stringe rapporti con Salvatore Quasimodo ed Elio Vittorini: sarà proprio Quasimodo a tradurre, nel 1954, la raccolta Lu pani si chiama pani. A metà degli anni Cinquanta Buttitta fa ritorno definitivamente nella sua Bagheria. Affidate le attività commerciali ad altri, può dedicarsi completamente alla poesia, trasformandola in uno strumento di partecipazione civile e di memoria collettiva. Da quel momento in poi, la sua voce accompagna il popolo siciliano, restituendo dignità, rabbia e speranza alla lingua e alla storia degli ultimi.
“La mia vita vorrei scriverla cantando”
“La poesia di Buttitta è fatta per essere recitata e cantata”, queste le parole che – tratte dalla quarta di copertina del libro La mia vita vorrei scriverla cantando, Sellerio, Palermo 1999, a cura di Emanuele Buttitta e Ignazio E. Buttitta – descrivono la poetica dell’autore bagherese.
Quella di Buttitta è una poesia che nasce dal popolo e al popolo ritorna: una parola viva, orale, che conserva il ritmo della piazza e la musicalità della lingua siciliana. Il dialetto diventa per lui lo strumento privilegiato di comunicazione, non per compiacimento folclorico o localistico, ma perché rappresenta la lingua autentica degli ultimi, quella che custodisce la memoria, la verità e la dignità di un popolo.
Attraverso il siciliano, Buttitta restituisce forza espressiva a chi non ha voce, opponendosi alla standardizzazione linguistica e alla perdita d’identità culturale.

Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Così scrive in Lingua e dialettu, poesia tratta dalla raccolta Io faccio il poeta (Feltrinelli, 1972), vero manifesto della sua visione linguistica e civile. In questi pochi versi Buttitta afferma con forza che un popolo può sopportare anche la più dura delle oppressioni, ma non la perdita della propria identità: un’identità che risiede innanzitutto nella lingua, e che nel caso del popolo siciliano trova la sua più autentica espressione nel dialetto. È attraverso di esso che la memoria collettiva si conserva e la dignità del popolo continua a vivere.
Il lascito culturale
Attorno alla figura di Ignazio Buttitta si è costruita una vivace eredità culturale. Molteplici iniziative hanno contribuito a mantenerne viva la memoria, approfondendone la poetica, il linguaggio e l’universo espressivo. Tra queste spicca la Fondazione Ignazio Buttitta, istituita nel 2005 per volontà del figlio Antonino Buttitta con il patrocinio dell’Università degli Studi di Palermo. Nata per onorare il poeta di Bagheria, la Fondazione si dedica alla tutela, allo studio e alla promozione della cultura siciliana in tutte le sue dimensioni — storiche, sociali, artistiche e antropologiche — proseguendo idealmente il cammino del poeta nella difesa e nella valorizzazione dell’identità del suo popolo.




















