Ci sono gesti che diventano abitudini senza fare rumore. Come stappare una bottiglia di spumante, versarne il contenuto in un calice sottile, alzarlo per vedere come si muove la luce nella spuma. Una volta era un gesto da ricorrenza: Capodanno, compleanno, cerimonie. Adesso lo si fa senza la necessità di averne giustificazione, al tramonto, tra amici, a cena o per l’aperitivo, senza un motivo. O forse con un motivo più profondo: la leggerezza, finalmente. Nella Valle dei Templi, da Agrigento alla vicina Realmonte, le bollicine sono così tornate di casa per tre giorni. “Sicilia in Bolle”, giunta all’undicesima edizione, ha registrato numeri mai toccati prima.
Sicilia in Bolle, edizione da record
Oltre 100 aziende, più di 150 etichette, 10 mila bottiglie stappate e 2000 partecipanti nella sola serata finale. Ma le cifre di “Sicilia in Bolle” non dicono tutto. Non raccontano il profumo del vento che sale dalla Scala dei Turchi, la luna che rende più abbagliante la marna bianchissima, il lavoro lungo un anno dei sommelier Ais, la passione dei produttori che parlano delle loro uve come si parlerebbe di un figlio cresciuto.
L’idea del festival è nata per provocazione, come spesso accade nelle storie che funzionano. Francesco Baldacchino, oggi presidente dell’Associazione italiana sommelier Sicilia, racconta di quel collega settentrionale che nel 2014 gli disse, scherzando, che al Sud lo spumante andrebbe vietato per legge. Così, per scommessa, assieme a pochi altri colleghi, mise in piedi il festival che allora sembrava un’idea bizzarra e che undici anni dopo è una delle manifestazioni più partecipate del calendario enologico isolano.
In Sicilia si brinda così
Non è Champagne, non ha bisogno di esserlo. È Grillo, è Catarratto, è Nero d’Avola in Metodo Classico. È il racconto di un territorio che ha deciso di cambiare passo. Non di negare la sua storia, ma di affacciarsi sul futuro senza paura di essere frainteso. Perché la Sicilia, storicamente terra di rossi robusti e bianchi sapidi, oggi produce bollicine con la stessa ambizione di chi ha deciso che non è più il tempo di chiedere permesso. E la cosa ancora più interessante è che queste bollicine piacciono, ai siciliani, agli esperti, in America, Cina, Nord Europa.
A guardare i numeri della produzione – quasi 1,9 milioni di bottiglie nel 2024 contro le 250 mila del 2012 – si capisce che la Sicilia delle bollicine è una realtà che cresce. E “Sicilia in Bolle” ne è oggi la principale vetrina. Tre giorni – dal 12 al 14 luglio – che sono serviti a raccontare, confrontare, assaggiare ma soprattutto a dimostrare che il vino qui non è solo un prodotto agricolo: è paesaggio, è memoria, è cultura che cambia.

Tre masterclass nel cuore di “Sicilia in Bolle”
Tre momenti in cui si è smesso di raccontare e si è cominciato a degustare: i vini serviti alla cieca, i confronti con le bollicine di Francia e del Nord Italia. La Champagne è sempre lì, riferimento e misura. Ma è una regione che soffre, dicono i tecnici: il clima cambia, i profili sensoriali mutano. E intanto la Sicilia entra in silenzio nel campo di gioco, con vitigni autoctoni che si stanno dimostrando sorprendentemente adatti alla spumantizzazione e il boom del Metodo classico sull’Etna, perfettamente descritto dalla competenza di Maria Grazia Barbagallo, vicepresidente AIS.
Il progetto dell’Irvo
Ci sono poi le storie che fanno la differenza. Quelle che non si misurano in ettolitri ma in segni. Come il progetto dell’IRVO, l’Istituto Regionale Vino e Olio, illustrato dal commissario Giusy Mistretta, che ha portato la ricerca scientifica su spumanti di alta qualità in terreni confiscati alla mafia. A Verbumcaudo, dove una volta comandava Michele Greco, oggi si lavora per un’agricoltura diversa, una forma di riscatto, bellezza e libertà.
Oppure il premio intitolato ad Alberto Gino Grillo, figura storica dell’AIS scomparsa troppo presto, che ha raccolto i voti di sommelier, giornalisti, ristoratori. Tre giurie per tre criteri: qualità, abbinamento, piacevolezza. Non un vincitore assoluto, ma una costellazione di etichette che insieme raccontano un paesaggio, umano più che geografico.
Chicca gastronomica è stata la cena di gala a Casa Diodoros, nella magia di una terrazza che guarda al Tempio della Concordia, guidata dallo chef Salvatore Gambuzza in collaborazione con Nino Ferreri, stella Michelin con il suo ristorante Limu di Bagheria.

Gran finale con la sciabolata
La certezza, archiviata questa edizione di “Sicilia in Bolle” con la tradizionale sciabolata dei sommelier, è che le bollicine siciliane non cercano più legittimazione, non devono dimostrare che “anche qui si può fare”. Lo stanno già facendo, e bene. Partendo da una idea che ha avuto il tempo di sedimentare, proprio come un Metodo classico, concedendosi il lusso di una fermentazione lenta, di una seconda vita in bottiglia. Senza chiedere permesso a nessuno.









