“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Sta forse nella celebre frase di Tancredi la profonda contemporaneità della storia de “Il Gattopardo, celebre romanzo di Tomasi di Lampedusa, sbarcato su Netflix la scorsa primavera. La malinconia del Principe di Salina, percepita anche nella serie, è talmente familiare, da riportare a riscoprire il film di Visconti e riavvicinare a quelle pagine di incomparabile intensità. È un Don Fabrizio a tratti vulnerabile, uomo, politico e padre, che si è avvicinato al pubblico, interpretato da un attore straordinario come Kim Rossi Stuart, immerso profondamente nel ruolo del Principe di Salina.

“Il Gattopardo” di Netflix
La serie Netflix, scritta da Richard Warlow, che ne è anche creatore ed executive producer, assieme a Benji Walters, ha riscoperto la modernità di un racconto, quello della nobile famiglia Salina, in cui per nulla scalfite dal tempo restano le parole di Don Fabrizio, piene di emozione e di verità universali, come quando afferma di appartenere a “una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi”.
L’adattamento del romanzo ha rappresentato una grande sfida per i registi, per gli attori, per la produzione, perché l’opera letteraria possiede una nostalgia riflessiva che non rende facile una trasposizione diretta nel formato televisivo seriale. Ma il lavoro dei registi che hanno lavorato alla serie è stato quello di cercare un nuovo modo per rendere i bisogni e i desideri dei personaggi più immediati, mentre il loro mondo veniva sconvolto da un cambiamento sistematico e violento. La ricerca dell’intimità dei personaggi è stata la chiave di lettura che ha reso il grande classico vitale, sensuale e dinamico.

L’intervista a Kim Rossi Stuart
Cosa ha significato per Lei interpretare il Principe di Salina?
È stata una bella sfida. Bene o male sapevo di avere sulle spalle una parte notevole del carico: un capolavoro letterario noto in tutto il mondo, ma anche una produzione faraonica nella quale investivano tanti milioni di euro.
Il successo della serie ha avuto come conseguenza la comparazione con lo storico film di Luchino Visconti, primo adattamento del romanzo. Lei stesso ha dichiarato che si tratta di un paragone improponibile.
Sicuramente. Il cinema e la serialità sono due cose molto diverse. Tecnicamente è come paragonare i 200 metri e la maratona.
Nella serie c’è una Sicilia che fa sognare per la sua bellezza e conduce a un’epoca di antichi fasti. Tra i vari luoghi scelti dove lei è stato impegnato, quali sono quelli che le sono rimasti nel cuore?
Farei prima a dirle cosa non mi è rimasto nel cuore. E faticherei comunque a trovarlo. La Sicilia è una terra dal forte fascino. Impossibile non restare incantati dalla teatralità dei Quattro Canti, dalla bellezza di Villa Valguarnera, dalla regalità di Palazzo Comitini, da San Giovanni degli Eremiti. I set sono stati allestiti anche a Siracusa, ad Ortigia, a piazza Duomo e a Catania, nello splendido Palazzi Biscari. Di Palazzo Comitini è affascinante la sua sala di dimensioni importanti, con stucchi, affreschi, maioliche siciliane a terra.
E poi la magnificenza della tavola. Durante la sua permanenza sull’Isola, ha assaggiato qualcosa di buono che le è piaciuto particolarmente?
Il grande tavolo da pranzo fa da cornice alle varie scene di convivialità e in questi contesti il cibo ha avuto un ruolo di grande centralità: simbolo di benessere e ricchezza di questa famiglia. La cucina siciliana è di per sé molto scenografica, per le forme, per i colori, per la moltitudine di dolci. Sono una buona forchetta. Anche qui selezionare una sola cosa che mi sia piaciuta è difficile. Un classico forse… direi che “un cannolo al giorno leva il medico di torno“.
Da Palermo a Catania, passando per Siracusa, cosa le ha trasmesso, nelle varie tappe, il paesaggio siciliano?
La Sicilia è una terra sensuale e mutevole ed è difficile non restare attratti dalla sua bellezza, pur nel caldo torrido dell’estate. Lo stesso Principe Fabrizio non può fare a meno di paragonare la natura circostante alla sua vita e al suo stato d’animo quando parla di “montagne deserte come la disperazione” e di “campagna funerea”.
Nell’adattamento per Netflix, il personaggio che ha subito maggiori trasformazioni rispetto al romanzo probabilmente è Concetta, che affronta a viso aperto lo stesso Principe di Salina. In questo rapporto padre figlia c’è anche molta tenerezza e trapela la fragilità emotiva del protagonista. Nella sua interpretazione si coglie tanto questo aspetto. Lei che tipo di papà è?
Sto entrando in una fase in cui il tempo che sento meglio speso è quello dedicato ai figli. E sono un padre che tenta disperatamente di trovare una soluzione al problema internet. Gli adolescenti ne sono risucchiati e il problema ci supera. Sanno meglio di noi come aggirare i limiti di utilizzo che proviamo a porre a telefono e pc, ma allo stesso tempo se glieli leviamo del tutto restano tagliati fuori dalle relazioni sociali. È veramente un problema.

Dalla Sicilia è difficile andarsene. Spesso, tuttavia, le giovani generazioni sono state costrette ad andare fuori per fare carriera. Lei ha raccontato di essere andato via di casa da giovane, per fare l’attore, cosa consiglierebbe alle nuove generazioni?
Partii per l’America da solo, con pochi soldi in tasca e con un contatto telefonico, quello di un pittore greco conosciuto da mia zia, a cui mi appoggiai appena arrivato. Ebbi coraggio e lo ebbero i miei genitori a lasciarmi andare. Dopo l’America mi sono trasferito a Roma e non sono più tornato a casa, in campagna. Ho bruciato molte tappe da adolescente per studiare recitazione. Capisco i giovani che vanno via per realizzarsi, il distacco dalla famiglia, dalla terra d’origine, dagli amici, è faticoso, ma vale la pena avere il coraggio di fare scelte difficili per realizzarsi e credere in sé stessi e nei propri sogni. Ma anche restare per lottare e cambiare ciò che non funziona è una possibilità.
Oggi è un attore dall’indiscutibile talento. Ha mosso giovanissimo i suoi primi passi. La ricordiamo nel ruolo di Romualdo nella miniserie di successo Fantaghirò, che l’ha reso presto un sex symbol. Oggi lo è ancora un sex symbol?
Beh, lei mi fa arrossire, sinceramente non saprei. Comunque, posso ancora dire la mia, non sono ancora un totale catorcio!
Tra i ruoli interpretati nel corso della sua carriera, in Vallanzasca – Gli angeli del male, in Romanzo criminale, in Gli anni più belli, in Brado, Il Gattopardo, ovviamente, quale ha amato maggiormente?
Ho un rapporto speciale con i miei film di regia. Sono pezzi di me. Ma ogni personaggio ha contribuito a plasmarmi, a farmi crescere. Sono grato a tutti.
Ha alle spalle circa 40 anni. Cosa rifarebbe e cosa non rifarebbe mai?
Non rinnego mai nulla per forma mentis. Anche perché spesso nella vita i momenti più brutti erano il preludio della crescita. L’ostacolo, l’occasione per fare un bel salto. Sì, anche nel vuoto…










