Ancora oggi, in ogni angolo del mondo, si indaga e si specula attorno a uno dei più grandi misteri dell’arte moderna: la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. Al centro del dipinto c’è Gesù, in una mangiatoia con i due Santi. La Madonna, ritratta senza trono per evidenziare la sua umiltà, si dice che abbia i tratti di una prostituta romana, musa dell’artista e sua amante.
Non è tuttavia la bellezza artistica dell’opera a renderla così ricercata. La Natività di Caravaggio infatti scomparve in una piovosa notte del 1969, trafugata dall’Oratorio di San Lorenzo, nel cuore della Kalsa, uno dei quartieri storici di Palermo. Si trovava, nel dettaglio, in via dell’Immacolatella, a pochi passi da Corso Vittorio Emanuele e dalla chiesa di San Francesco, quando fu rubata senza lasciare traccia. Dov’è nascosta? Gli esperti se lo domandano quotidianamente, ma una risposta non c’è.
Il furto della Natività di Caravaggio
La Natività di Caravaggio era collocata sull’altare dell’Oratorio di San Lorenzo ed era stata restaurata nel 1951. Pochi mesi prima del furto, andò in onda un documentario, che potrebbe avere ispirato il furto. La notorietà dell’opera infatti crebbe nel tempo, raggiungendo il suo apice proprio nel 1969.
Nella tempestosa notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, due uomini entrarono nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, forzando la serratura con un coltello. Dopo avere tagliato con una lametta la cornice del dipinto, lo arrotolarono e lo portarono via su una motoape.
A scoprire il furto furono le sorelle Gelfo, perpetue del parroco don Rocco. Il prete avvisò l’arcivescovo, poi la Sovrintendenza, infine le forze dell’ordine. La notizia inizialmente passò quasi inosservata. Solo Mauro De Mauro ne scrisse subito, seguito da Leonardo Sciascia, che denunciò l’incapacità dello Stato nel proteggere il patrimonio artistico. Lo scrittore ne parlò nel romanzo Una storia semplice nel 1989.

Prima pagina del Giornale di Sicilia l’indomani del furto
Più di recente, sul tema è andato in onda un documentario, Operazione Caravaggio (2016). Una delle più belle interpretazioni di questa storia è poi rappresentata dal film Una storia senza nome, diretto da Roberto Andò (2018). Una nuova produzione sull’argomento è stata avviata in Svizzera.
Le teorie legate a Cosa Nostra
Nel tempo, si sono diffuse diverse narrazioni e leggende sul furto della Natività di Caravaggio, soprattutto legate alla mafia. Secondo alcuni pentiti, il dipinto sarebbe finito nelle mani del boss Gaetano Badalamenti e mostrato durante i summit di Cosa Nostra. E ancora, si dice che Totò Riina lo tenesse ai piedi del letto; che Giovanni Brusca abbia tentato di usarla come “baratto” per uno sconto di pena. Per altri, l’opera d’arte fu sepolta o andata distrutta.
Le altre piste
Col tempo, ci sono state delle piste più o meno credibili. Nel 1980 lo scrittore Peter Watson sarebbe stato contattato da un trafficante d’arte che affermò di avere trovato l’opera, ma il terremoto dell’Irpinia fece saltare il loro incontro. Nel 2003, una segnalazione portò alla perquisizione di una villa a Ventimiglia, dove si trovò un altro dipinto rubato, ma non la tela di Caravaggio.
Un’inchiesta parlamentare del 2018 indicò invece un possibile acquirente: un antiquario svizzero che avrebbe avuto contati con la mafia. Ma c’è negli anni si è spinto oltre, offrendo, con i propri studi, contenuti inediti e nomi finora secretati negli atti ufficiali. Tra i documenti sul tema c’è una lettera del 1974 che riferisce di una richiesta di riscatto da parte di ignoti «ricettatori».
Di certezze, ad ogni modo, non ce ne sono. Ad oggi, della Natività non resta che una riproduzione realizzata da Factum Arte, attraverso tecniche avanzate di scansione e stampa digitale per essere fedeli all’originale, su incarico dell’associazione “Amici dei Musei Siciliani”, che ha curato anche il restauro dell’Oratorio di San Lorenzo.

L’Oratorio di San Lorenzo a Palermo
Sebbene la Natività non sia più conservata all’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, quest’ultimo resta un luogo fortemente attrattivo. La struttura venne edificata intorno al 1570 dalla Compagnia di San Francesco, laddove un tempo sorgeva una piccola chiesa dedicata a San Lorenzo. In seguito, fu affidata ai frati del vicino convento francescano, i quali avevano il compito di dare sepoltura ai poveri della Kalsa.
Solo in un secondo momento l’edificio assunse particolare valore artistico, grazie agli straordinari stucchi realizzati da Giacomo Serpotta, che vi operò tra il 1699 e il 1706. Le sculture, realizzate con polvere di marmo, creano un’atmosfera luminosa e suggestiva. Le pareti sono adornate con sculture raffiguranti, in otto “teatrini”, scene della vita di San Lorenzo e San Francesco. Inoltre, qui si trovano anche le statue allegoriche delle Virtù.

Particolare delle sculture del Serpotta
Il rapporto tra Caravaggio e la Sicilia
La Natività con i Santi Lorenzo e Francesco è l’unica opera di Caravaggio giunta a Palermo. Realizzata nel 1600 a Roma, probabilmente nella sua residenza a Palazzo Madama, fu inviata in Sicilia come prima pala d’altare dell’artista, considerata una svolta nel suo percorso. In passato si è pensato che fosse stata dipinta durante il suo soggiorno sull’Isola, ma si tratta di una falsa credenza.
Il rapporto tra Caravaggio e la Sicilia è ad ogni modo intenso. Il 28 maggio 1606, Michelangelo Merisi fu costretto a fuggire da Roma dopo aver ucciso un uomo a duello. Non vi farà mai più ritorno. Iniziò così la sua vita da latitante, che lo porterà tra Napoli, Malta e infine in Sicilia, dove arrivò nell’ottobre del 1608.
A Siracusa venne accolto da Mario Minniti, amico fidato che aveva conosciuto durante gli anni romani. Qui dipinse anche la sua prima opera siciliana, Il Seppellimento di Santa Lucia, oggi nella chiesa omonima. È un dipinto cupo, segnato dal terrore della morte, riflesso dello stato d’animo dell’artista.

“Il seppellimento di Santa Lucia” di Caravaggio
A Messina, dove si stabilità successivamente, realizzò invece altre due opere fondamentali: la Resurrezione di Lazzaro, oggi al Museo Regionale, e L’Adorazione dei Pastori. Questi dipinti riflettono l’urgenza del periodo: Caravaggio lavora con rapidità, spinto dal bisogno di denaro e dal timore costante di essere arrestato. La tecnica si fa nervosa, energica, quasi febbrile: scompare il disegno preparatorio e le figure, modellate a colpi rapidi di pennello, appaiono sfocate, ai limiti dell’impressionismo.













