Vincenzo e Sebastiano Tusa sono stati due innovativi viaggiatori della storia e, rispettivamente a 17 e 6 anni dalla loro scomparsa, vengono raccontati adesso anche da un appassionato docufilm. Il titolo è Il Canto del Mare e della Terra e ne è autrice la documentarista e artista multimediale romana Ludovica Fales, collaboratrice de La7 con esperienze anche come produttrice e assistente di produzione per la BBC e Al Jazeera, nonché docente di teoria e pratica documentaria alla University College di Londra.
L’eredità di Vincenzo e Sebastiano Tusa
Al centro del docufilm non potevano che esserci il mare e i monti, immensi musei naturalistici e umani, soprattutto nel bacino Mediterraneo. L’uno, con i suoi tesori sommersi risalenti alle epoche in cui fenici, greci e romani erano egemoni; gli altri, pervasi dalla maestosità di cime e declivi, doline e fitti boschi, tra i quali si incastrano affascinanti borghi ricchi di storia e i cui territori consegnano testimonianze dell’incontro tra culture indigene e greche, di insediamenti antichi e di culti arcaici.
Un ineludibile nesso narrato dall’opera di due archeologi di fama mondiale, padre e figlio, che nel corso della loro vita hanno tracciato un profondo solco metodologico di ricerca. Una strada, quella di Vincenzo e Sebastiano Tusa che oggi è diventata riferimento fondamentale nel patrimonio culturale della Sicilia contemporanea.
Una linea ereditaria che connette i Monti Nebrodi, territorio di riferimento della famiglia (Vincenzo Tusa era originario di Mistretta), con Palermo, dove nacque Sebastiano, per espandersi a angolo giro fino a includere i siti più significativi del Mare Nostrum.

Il docufilm Il Canto del Mare e della Terra
Il Canto del Mare e della Terra è un docufilm imperniato su interviste a personaggi che hanno conosciuto e stretto sodalizi con i due archeologi. A cominciare dall’antropologa Valeria Livigni, moglie di Sebastiano Tusa e colei che gli è succeduta nel ruolo di Soprintendente del Mare subito dopo la tragedia della sua morte improvvisa. Così come su immagini di archivio, che ritraggono insieme padre e figlio, anche in luoghi in cui erano in corso scavi. Un legame familiare e professionale permeato dall’eleganza e la generosità con cui hanno fatto conoscere il Mediterraneo senza alcun vezzo accademico.

Vincenzo e Sebastiano: due visioni complementari dell’archeologia
Ricercatore essenzialmente ‘di terra’, Vincenzo Tusa è stato accademico dei Lincei nonché tra i più importanti esponenti dell’archeologia classica e fenicio-punica. A lui si deve molta della valorizzazione di siti come Selinunte e Solunto, Segesta e Marsala, con l’isola di Mothia, sebbene non facesse mistero ella sua ritrosia verso l’acqua. Autentico uomo di mare, invece, Sebastiano Tusa, capace di spingere la ricerca archeologica subacquea verso limiti prima inimmaginati, grazie all’utilizzo di un patrimonio conoscitivo appreso sin da ragazzino e ampliarlo attraverso missioni archeologiche in Italia, Pakistan, Iran e Iraq. Anche lui in Sicilia, ha guidato scavi a Mothia, riportando alla luce alcune banchine fenicie lungo la strada sommersa che conduce all’isola. Pantelleria è stata un’altra sua grande passione professionale.
Numerose le scoperte inanellate da Sebastiano Tusa. Due di straordinaria rilevanza: il riconoscimento del Satiro Danzante, la statua del IV secolo avanti Cristo (oggi esposta al museo ospitato nella Chiesa di Sant’Egidio a Mazara del Vallo), tirata su casualmente in due momenti e in altrettanti frammenti bronzei tra il 1997 e il 1998 dalle reti a strascico di un motopesca mazarese durante le sue bordate di pesca nel Canale di Sicilia. A questo si aggiungono i ritrovamenti nel prediletto areale delle Isole Egadi. Oggetti, come ancore, elmi e rostri, che gli hanno consentito di individuare con precisione tra Levanzo e Marettimo, e non davanti a Favignana come a lungo si credette, il sito della Battaglia delle Egadi.
“Se la flotta romana non avesse adottato questi pesanti prolungamenti con ogni probabilità oggi noi non parleremmo l’italiano” usava dire il professore, riferendosi all’importanza geopolitica di quello scontro navale. Esso avvenne il 10 marzo 241 A.C.: esattamente lo stesso giorno di fine inverno che nel 2019 ha segnato la tragica fine del professore con l’incidente aereo avvenuto in Etiopia durante il volo che avrebbe dovuto portarlo a Nairobi, in Kenya, dove era atteso a una conferenza nella sua veste di assessore regionale ai beni culturali e soprattutto di ideatore e guida della Soprintendenza del mare della Regione Siciliana.

Chi è Ludovica Fales
È Ludovica Fales a essersi aggiudicata nel 2024 il Gal Nebrodi Plus Award, premio speciale istituito dall’omonima organizzazione che promuove lo sviluppo rurale nel territorio nebroideo in collaborazione con il Festival Internazionale Nebrodi Cinema Doc. Manifestazione, quest’ultima, che si tiene a Naso, suggestivo paese della provincia di Messina incastonato sulle pendici e affacciato sulla costiera tirrenica, dove quest’anno, a fine settembre, verrà presentata la sua terza edizione.
Un riconoscimento consistito nell’assegnazione di un finanziamento di 5mila euro da impiegare in ulteriori opere cinematografiche dedicate a fatti o personaggi della cultura e della storia del territorio dei Nebrodi, ultimo tratto degli Appennini in Sicilia. Il risultato è stato questo mediometraggio, della durata di poco più di 20 minuti, presentato nei giorni scorsi a Palazzo Montalbo, sede a Palermo del Centro regionale per la progettazione e il restauro. Un lavoro che entrerà a far parte degli strumenti di promozione del Parco montano confinante con quello dell’Etna.
“L’interesse a intraprendere la produzione di questo documentario mi è stata ispirata da mio padre, che conobbe i due archeologici e con il quale sin da ragazzina ho avuto modo di visitare musei e parchi archeologici in Sicilia”, spiega Ludovica Fales. “Ho avuto così modo di confrontarmi con il rilievo internazionale, dato specialmente da Sebastiano, al poliedrico lavoro di ricerca archeologica e alla conservazione dei beni culturali in Sicilia”.

La poetica dei reperti come “memoria viva”
Oggi l’eredità di persone come Vincenzo e Sebastiano Tusa continua a convincere la comunità internazionale che i beni archeologici sono patrimonio di tutti e che la loro salvaguardia è in procrastinabile. Un principio innovativo che ha segnato un’altra importante linea, relativa ai reperti sommersi in fondo al mare. Un messaggio dal “valore universale”, come lo definisce Salvatore Giarratana, primo direttore del Parco dei Nebrodi e oggi consulente del Gal Nebrodi, presieduto da Francesco Calanna, per i progetti di promozione del territori, e che è destinato a essere promosso grazie al lavoro di Ludovica Fales.
Appuntamento prossimo venturo per il docufilm è il Firenze Archeofilm, la rassegna Internazionale del Cinema di Archeologia Arte e Ambiente. A breve, come ha anticipato Valeria Livigni, presidente della Fondazione Sebastiano Tusa, Il Canto del Mare e della Terra verrà anche inserito negli archivi dello stesso ente culturale.
















