Dolce & Gabbana, con The Portrait of Man, non hanno portato in passerella alla Milano Fashion Week Uomo Autunno/Inverno 2026/27 una semplice collezione, quanto un vero e proprio messaggio. Un manifesto, come lo definiscono loro stessi, che mette al centro l’identità unica di ogni uomo in un momento storico in cui tutto sembra spingere verso l’uniformità.
La maison parla di “universi personali fatti di passioni, ricordi, tensioni interiori”. Il senso è chiaro: non esiste un solo modo di essere uomo, le possibilità sono infinite.
Nel teaser diffuso prima della sfilata presentata al Metropol di viale Piave, il brand lo dice senza giri di parole. In un panorama globale sempre più omologato, questa collezione vuole essere una dichiarazione di intenti. Non stereotipi, ma energie umane. Non un modello da imitare, quanto piuttosto un invito a guardarsi dentro e riconoscersi.
Anche dopo lo show, il messaggio resta lo stesso. “Più che una sfilata, una filosofia di pensiero”, scrive Tgcom24. Il Corriere parla invece di “un manifesto di libertà che non chiede di essere seguito, ma compreso”. Ed è proprio da qui che parte tutto, dall’idea che lo stile personale sia un atto di individualità, forse il più semplice e il più radicale allo stesso tempo.
Un manifesto contro l’omologazione
Con “The Portrait of Man”, Dolce & Gabbana, che nei giorni scorsi ha annunciato la collaborazione con Madonna per l’iconica fragranza The One, riporta al centro l’individualità maschile. La collezione Autunno/Inverno 2026/27 è un mosaico di uomini diversi: professionisti, sportivi, creativi, volti comuni che diventano protagonisti senza bisogno di sovrastrutture. L’idea semplice alla base è raccontare l’uomo reale, quello che vive, lavora, cambia, senza aderire a un modello unico.
Sartoria fluida e materiali importanti
Il cuore della collezione ready-to-wear, che da sempre contraddistingue la maison, è la sartoria. Morbidi cappotti oversize, maxi pellicce, completi avvolgenti a tre pezzi, velluti profondi, tweed, cashmere, shearling. Una ricchezza materica mai ostentata. Anche la palette è sobria — bianco, grigio, nero, marroni, vinaccia, blu — con tocchi pastello che alleggeriscono il tutto. È un lusso quotidiano, pensato per essere vissuto.
Un racconto di mascolinità plurale
La sfilata, tra gli eventi catalizzatori di questa edizione della Milano Fashion Week Uomo, è costruita come una serie di ritratti psicologici. Ogni look è un micro-universo: maglieria monumentale con colli giganti, camicie a pois, velluti a costine, dettagli sporty vintage. Non c’è un uomo solo, ma cento possibilità di esserlo. Un invito a vestirsi per sé stessi, non per aderire a un cliché.
La scelta più forte: i modelli tra il pubblico
Prima di sfilare, i modelli erano seduti tra gli spettatori. Un gesto scenico che ha colpito molto tutti i presenti. È l’uomo comune che emerge dalla folla, senza filtri né gerarchie. Un modo per dire che la moda non è un piedistallo, ma un linguaggio condiviso.
Gli ospiti in prima fila
In prima fila, al contrario, un mix di star italiane e internazionali, da Claudio Santamaria a Benson Boone, Kerem Bürsin, Lucien Laviscount e Haein Jung. Anche in questo caso, una presenza eterogenea che rispecchia perfettamente la pluralità della collezione.




















