“I Poeti non cadono in piedi ovvero l’amaro caso del teatrante Scaldati secondo Franco Maresco“, già dal titolo si intuisce la natura della nuova operazione teatrale firmata da Franco Maresco: non una semplice commemorazione, ma un attraversamento critico e appassionato dell’opera e del destino umano di Franco Scaldati, poeta e drammaturgo palermitano scomparso l’1 giugno 2013.
A quasi tredici anni dalla morte, per la prima nazionale Maresco sceglie di partire dal al Teatro Mercadante di Napoli, per rendere omaggio a quello che definisce “il maggior poeta palermitano degli ultimi due secoli”. Un’affermazione che restituisce la misura della stima e insieme la portata della rimozione che ha segnato la figura di Scaldati.
Poeta di una Palermo struggente
Franco Scaldati, nato a Montelepre nel 1943, è stato uno sperimentatore radicale della lingua teatrale siciliana. La sua scrittura visionaria, musicale, popolata da relitti umani e santi invocati invano, ha dato forma a una Palermo popolare e metafisica insieme. Una città di fantasmi, di mendicanti, di folli e di profeti minimi. Opere come Ancilù e Ancilà, La Processione, Il Pozzo dei Pazzi, Paracqua a Prova, Il comizio, Tirone, La guerra compongono un universo grottesco e lirico, dove il dialetto si fa materia poetica e il teatro diventa trappola linguistica, canto disperato, preghiera laica.

Eppure, proprio quella coerenza artistica ed esistenziale, quella fedeltà ostinata a una lingua altra e a una visione non conciliabile con il mercato, gli è costata l’emarginazione. “Scaldati in vita pagò il prezzo di una coerenza artistica ed esistenziale rimanendo ai margini del mercato e delle istituzioni” ricorda Maresco. Una condizione che lo iscrive nella tradizione dei grandi irregolari: giocatori perdenti, spesso contro il proprio tempo.
Una grottesca sonata di fantasmi
Lo spettacolo costruito da Maresco e Claudia Uzzu si sviluppa come una “grottesca sonata di fantasmi”. Un mosaico di immagini, parole e materiali, molti di questi inediti, che riportano in scena l’universo scaldatiano interrogandolo dal presente.
La domanda che attraversa l’opera è bruciante: che cosa può farsene il nostro mondo, “alle soglie del post-umano prossimo venturo”, dei poeti e del loro teatro? La risposta non è consolatoria. Maresco dialoga con i personaggi, con i testi, con l’idea stessa di mondo dell’amico Scaldati. Lo fa con il suo sguardo ironico e mordace, componendo un affresco visionario che è insieme omaggio e requiem.
In scena, accanto a Maresco, Umberto Cantone – che collabora anche a regia e testi – Aurora Falcone, Melino Imparato, Ernesto Tomasini. Per la presentazione è stato scelto un frammento video con Scaldati e Moscato al Garibaldi di Palermo: un documento prezioso, forse unico, che mette insieme due anime poetiche del Sud troppo spesso lasciate sole.
Restituire un nome al futuro
I Poeti non cadono in piedi diventa quindi non soltanto uno spettacolo, ma un atto politico e culturale messo in scena da Maresco. È la rivendicazione di una genealogia dimenticata, la richiesta di restituire spazio a un autore che ha saputo reinventare il teatro partendo dagli scarti. Maresco, con la sua ironia feroce e la sua fedeltà agli sconfitti, riporta Scaldati al centro della scena per lasciarlo come un irregolare scomodo ma necessario.
Palermo e il misconoscimento
Se Napoli accoglie, Palermo appare sullo sfondo come una città distratta, talvolta ostile. Maresco non ha mai nascosto la sua amarezza: l’archivio di Scaldati è finito a Venezia e in città non esiste uno spazio a lui dedicato. “È vergognoso come le istituzioni non siano riuscite a valorizzarlo. I simboli vanno preservati” aveva denunciato anni fa, promettendo di non smettere il suo j’accuse.
“Nello spettacolo ci sono riprese che dimostrano come Scaldati sia stato dimenticato solo due anni dopo la sua morte” osserva il regista. Una rimozione rapida, quasi imbarazzata. Eppure, come è stato detto, Scaldati “era l’anima di Palermo”. E, come lui stesso amava ripetere, “quando i poeti muoiono le città rimangono povere”.
Parole che pesano, soprattutto se si pensa alle occasioni mancate: promesse istituzionali di recupero, attese di omaggi pubblici mai realizzati, silenzi che hanno fatto rumore.
Un teatro che non ha gridato
Scaldati ha raccontato anche la mafia, ma in modo unico, non gridato. Senza proclami, senza retorica. La sua è stata una resistenza poetica, fatta di sguardi obliqui, di marginalità elevate a centro, di umanità ferite che parlano una lingua altra. Una lingua nuova per il teatro siciliano, capace di fondere dialetto e visione, comicità e tragedia.
Roberto Andò, direttore del Napoli – Teatro Nazionale che produce lo spettacolo, ha sottolineato come Scaldati fosse Palermo “in modo struggente”, sempre segnato dal dolore del misconoscimento. L’impegno è quello di portare lo spettacolo anche in Sicilia: intanto è prevista una tappa estiva a Gibellina.






















