Giuseppe Zanotti
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Sono nato a Palermo e ho sempre avuto un debole per i numeri e per ciò che raccontano. Amo i calcoli e, da sempre, mi incuriosiscono economia, scienza e business: mi piace esplorare dati e idee con uno sguardo lucido e pratico, cercando connessioni che trasformino l’analisi in opportunità.

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Non basta un “Ciao”: guida semiseria all’arte del saluto in Sicilia

Dallo storico "Sabbinirica" all'onnipresente "Mbare", fino al rito del bacio sulla guancia: manuale di sopravvivenza per salutare nell'isola senza commettere gaffe.

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Arrivare in Sicilia e pensare di cavarsela con un generico “buongiorno” o “buonasera” è un po’ come andare a un concerto rock e applaudire educatamente con due dita: tecnicamente non è sbagliato, ma si perde completamente lo spirito dell’evento. In questa isola, il saluto non è mai solo una formalità di inizio o fine conversazione; è un rituale, una dichiarazione di intenti e, spesso, un test d’ingresso per capire che tipo di relazione si sta instaurando. Per il visitatore, decifrare il codice dei saluti siciliani significa entrare in una dimensione dove il contatto fisico è obbligatorio, il dialetto è una carezza e gli occhi parlano più della bocca.

Il ritorno del nobile “Sabbinirica”

Se volete stupire un siciliano, specialmente se di una certa età o in un contesto tradizionale, giocate la carta del “Sabbinirica”. Questa parola, che per anni è sembrata relegata ai ricordi dei nonni, sta vivendo una seconda giovinezza. Letteralmente significa “Che Dio ti benedica” (o “Chi vi benedica” nella forma di cortesia). Non è un semplice “salve”, è un augurio potente, una benedizione laica che si scambiava nelle campagne e nei paesi quando ci si incrociava per strada.

Usarlo oggi, magari entrando in una bottega storica o rivolgendosi a una persona anziana, non è solo segno di rispetto, ma di profonda conoscenza della cultura locale. È una parola che apre tutte le porte, perché comunica immediatamente umiltà e deferenza. La risposta corretta, per i puristi, sarebbe “A vossia” (A voi) o “Santu e riccu” (Santo e ricco), ma un sorriso sincero sarà più che sufficiente per cementare una nuova amicizia.

“Mbare”, “Compà” e la geografia dell’amicizia

Se “Sabbinirica” è la giacca e cravatta dei saluti, “Mbare” e “Compà” sono i jeans e la maglietta. Qui entriamo nella zona calda delle relazioni informali, ma attenzione alla geografia. La Sicilia è divisa in due grandi scuole di pensiero. Nella Sicilia orientale, e a Catania in particolare, regna sovrano il “Mbare” (abbreviazione di compare). È una parola-virgola, usata per salutare l’amico di una vita, il barista, il passante a cui si chiede un’informazione o persino per esclamare sorpresa (“Mbare, non ci credo!”).

Spostandosi verso Palermo e la Sicilia occidentale, il “Mbare” lascia spazio al “Compà”. La sostanza non cambia: entrambi i termini indicano una complicità immediata, abbattono le barriere formali e dicono all’interlocutore: “Siamo sullo stesso livello, ti tratto come uno di famiglia”. Per il turista, sentirsi chiamare “Mbare” o “Compà” dopo pochi minuti di conversazione è il segnale definitivo che l’integrazione è avvenuta con successo. È il bollino di qualità dell’ospitalità siciliana.

Il rito del bacio: istruzioni per l’uso

Un aspetto che spesso spiazza chi arriva dal Nord Europa (o dal Nord Italia) è la gestione dello spazio personale. In Sicilia, la bolla prossemica è molto ridotta, specialmente nei saluti. Il bacio sulla guancia non è riservato solo a parenti stretti o partner, ma è la prassi tra amici, conoscenti e, talvolta, anche tra persone appena presentate in un contesto informale.

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La regola aurea è: due baci. Ma attenzione al verso: solitamente si porge prima la guancia sinistra. E sfatiamo un mito: il bacio tra uomini non è un tabù, anzi. Tra amici maschi è assolutamente normale salutarsi con due baci, spesso accompagnati da una stretta di mano vigorosa o da un abbraccio che ricorda la presa di un lottatore greco-romano. Rifiutarsi o irrigidirsi di fronte a questo slancio d’affetto può essere interpretato come un segnale di freddezza o distacco. Il consiglio? Lasciatevi andare. In Sicilia il calore umano passa anche dall’epidermide.

“Salutamu”: l’arte di congedarsi

Quando arriva il momento di andare via, il semplice “arrivederci” può suonare un po’ burocratico. Il vero siciliano chiude l’interazione con un sonoro “Salutamu”. È un verbo attivo (“noi salutiamo”), che implica un’azione decisa. Spesso viene usato anche in modo un po’ sbrigativo per chiudere una discussione (“Vabbè, salutamu”, come dire “lasciamo perdere”), ma nella maggior parte dei casi è il sigillo finale di un incontro.

A volte, sentirete anche un affettuoso “Stammi bene” o “S’avissi a riguardare” (Si riguardi), che sottolinea ancora una volta come il saluto, in questa terra, sia sempre legato al benessere dell’altro. Non ci si limita a dire che l’incontro è finito, ci si preoccupa della salute dell’interlocutore fino alla prossima volta che ci si vedrà.

Il saluto silenzioso: il colpo di testa

Infine, esiste un saluto che non troverete nei dizionari, perché non emette alcun suono. È il ceno del capo verso l’alto. Se state guidando o camminando e incrociate lo sguardo di qualcuno che conoscete (o che pensa di conoscervi), vedrete un impercettibile movimento del mento verso l’alto, spesso accompagnato da un leggero socchiudersi delle palpebre.

Non è un tic, è un saluto completo, economico ed efficace. Significa: “Ti ho visto, ti riconosco, ti rispetto, ma non ho tempo di fermarmi o sono troppo lontano per urlare”. Rispondere con lo stesso cenno è fondamentale. Ignorarlo equivale a non rispondere a un “buongiorno”. È la quintessenza della comunicazione non verbale siciliana: massima resa, minimo sforzo, intesa perfetta.

In conclusione, salutare in Sicilia è un esercizio di umanità. Non abbiate paura di sbagliare parola o di avvicinarvi troppo: l’unico vero errore, in questa terra di accoglienza millenaria, è non salutare affatto o farlo senza guardare l’altro negli occhi.

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