In scena al Teatro Biondo di Palermo fino al 12 aprile, Francesco Montanari porta Storia di un cinghiale – Qualcosa su Riccardo III di Gabriel Calderón, un monologo liberamente ispirato al Riccardo III di William Shakespeare che attraversa i temi dell’ambizione, dell’autosabotaggio e del lato oscuro dell’identità, raccontando la storia di un attore frustrato alle prese con il ruolo del re “cinghiale”.
Shakespeare è eterno perché racconta l’uomo
Ma può davvero essere ancora attuale Shakespeare nei nostri tempi? Per Montanari è un convinto sì. “Shakespeare è estremamente moderno perché ha trattato tutti gli archetipi umani possibili e immaginabili, rileggendoli rispetto alla tragedia greca e latina”. L’attore sottolinea anche la sfida interpretativa dei testi shakespeariani: “La difficoltà sta nel sostenere emotivamente quella mole di parole. Serve una grande benzina interiore. Noi oggi per dire ‘ti amo’ usiamo due parole, Shakespeare invece può impiegare pagine intere”.
Montanari riflette poi sulla forza dello spettacolo: Storia di un cinghiale è un’opera contemporanea che racconta la frustrazione dell’attore, ma anche qualcosa di molto più universale. “Il personaggio arriva a sabotare tutto: caccia il regista, manda via la compagnia, distrugge la scena. È una lettura dura, traumatica se vuoi. Ma in realtà è anche un grande atto d’amore, un grido di identità”.

Uno spettacolo fisico, totalizzante. “È faticosissimo: si suda, si piange, si ride. È travolgente, fuori dall’ordinario. Non so se sarà giudicato magnifico, lo dirà il tempo, ma è sicuramente uno spettacolo sui generis”.
Identità, frustrazione e tempo presente
Proprio attraverso questa fatica estrema, secondo Montanari, si arriva al cuore del racconto: “È come se venissero scardinate tutte le sovrastrutture culturali. L’attore, esausto, arriva a chiedere di essere accettato, di riavere un’identità. Ma il teatro è solo un pretesto: si parla dell’identità dell’uomo e del cittadino“. Un tema profondamente attuale: “Viviamo in un’epoca in cui c’è un senso diffuso di impotenza dove anche l’urlo collettivo spesso viene ignorato. Sembra esserci un potere autoreferenziale, poco etico, che non rispetta gli accordi. È inevitabile che tutto questo, in qualche modo, finisca anche sulla scena”.
Il pubblico, il teatro e quel bisogno di “materia”
Il rapporto con il pubblico è uno degli aspetti centrali del suo discorso: “Anche inconsapevolmente, lo spettatore è un animale che ha bisogno di tornare in connessione con qualcosa di materico, fatto di sangue, carne, ossa. In questo Shakespeare è stato un maestro”.
Sul confronto tra teatro e audiovisivo, Montanari non vede differenze sostanziali nella recitazione: “Come attore cerchi sempre di restituire una vita credibile, riconoscibile. Non amo quando si mette in mostra il virtuosismo: da spettatore cerco umanità“. La vera differenza, semmai, riguarda il processo: “Il teatro ti permette ogni volta di compiere l’intero percorso, dalla nascita alla morte del personaggio e dell’opera. Nel cinema questo è impossibile per questioni di tempi e di set. Però sul piano dell’energia e della relazione non cambia molto”.
E aggiunge un dettaglio spesso sottovalutato: “Anche sul set c’è sempre un pubblico, forse ancora più spietato: tecnici, troupe, persone che lavorano. Ma quando scatta quel momento magico tra gli attori in scena, si crea comunque uno scambio autentico di energia”.

Rituali, paura e memoria
Montanari sorride e ammette le sue piccole superstizioni e riti prima di salire sul palco, un fatto comune a molti attori. Poi c’è il momento prima di entrare in scena, quello più delicato: “La piccola agonia – così la chiama – arriva quando c’è un ritardo prima dell’inizio. È come un atleta ai cento metri, già pronto a scattare. Le emozioni in quei momenti sono velocissime, un lampo. Magari sei entrato in uno stato di benessere e concentrazione, ma basta poco per cambiare. Fa parte del lavoro”.
Il legame con la Sicilia
Per Montanari, che in Sicilia ha lavorato con la serie tv Il Cacciatore ispirato alla storia del magistrato Alfonso Sabella, l’Isola è qualcosa che va oltre il lavoro: “Qui è come se non ti sentissi mai solo. È una qualità umana bellissima. Al di là della bellezza evidente – quella naturale e architettonica – c’è una varietà incredibile tra entroterra e coste, tra città diversissime tra loro e una cultura profondissima. Io qui mi sono sempre trovato molto bene e ogni volta che vado via provo un po’ di malinconia“.
Sicilia, terra affascinante, ma non priva di contraddizioni “che fanno parte dell’essere umano. Certo, qui si porta dietro un’eredità letteraria, cinematografica e sociale molto forte, legata a eventi storici importanti”.
Francesco Montanari, tra rigore e umanità
Nel racconto di Francesco Montanari emerge un’idea di recitazione lontana dal virtuosismo e vicina, invece, a una ricerca ostinata di verità. Essere attore significa prima di tutto restituire umanità, che si tratti di Shakespeare o di un testo contemporaneo. Un lavoro fatto di studio ma anche di istinto, di ascolto e di una relazione autentica con chi condivide la scena e con il pubblico, di continua tensione tra controllo e abbandono, tra tecnica e istinto. Un percorso che rifiuta scorciatoie, ma che trova nella fragilità e nell’esposizione la sua forma più autentica.





















