A Catania è stato avviato l’iter per la nascita del centro di giustizia riparativa presentato dal Comune e dal Tribunale. La sede sarà a Monte Po, in via Leonardo Vigo, e servirà l’intero distretto giudiziario. Non si tratta di un alleggerimento automatico della pena, ma piuttosto di percorsi di mediazione penale, responsabilizzazione e reinserimento sociale, dentro il quadro aperto dalla riforma Cartabia.
Monte Po ospita il centro del distretto
La scelta di Monte Po ha un peso pratico e insieme urbano. Il centro viene collocato in un quartiere di Catania che conosce bene il rapporto fra fragilità sociali, servizi pubblici e bisogno di presìdi riconoscibili, e proprio per questo la sede assume un valore che va oltre l’aspetto logistico. La struttura è stata allestita dall’amministrazione comunale in sinergia con il Ministero, e la sua collocazione restituisce l’idea di una giustizia che prova a stare dentro la città reale, senza chiudersi nei soli palazzi istituzionali.
Il servizio, però, non nasce per il solo quartiere. Sarà a disposizione dell’intero territorio del distretto, secondo quanto previsto dal disegno della riforma Cartabia, che con il decreto legislativo 150 del 2022 ha introdotto la giustizia riparativa nell’ordinamento penale e ha previsto centri dedicati nei distretti di Corte d’Appello. Qui troveranno spazio percorsi costruiti attorno all’incontro possibile fra autore di reato e vittima, con modalità protette e con tempi che non possono essere compressi in una pratica amministrativa.
Mediatori e assistenti sociali guidano i percorsi
Il centro sarà accessibile a chi entra in un programma di giustizia riparativa attraverso i canali previsti, quindi autori di reato, vittime e casi indirizzati dall’autorità giudiziaria o dai servizi competenti. A seguire i percorsi ci saranno sei mediatori esperti e qualificati, insieme a un team di assistenti sociali. I primi avranno il compito più delicato, quello dell’ascolto delle parti, della preparazione degli incontri e della costruzione di uno spazio protetto in cui il confronto possa avvenire senza forzature.
Gli assistenti sociali lavoreranno invece sul contesto personale, familiare e territoriale, perché ogni vicenda penale si porta dietro condizioni di vita, relazioni interrotte e margini diversi di ricostruzione. Anche questo dato non va letto solo in chiave tecnica. La partecipazione a questi programmi richiede consenso, disponibilità di tempo e un’assunzione concreta di responsabilità. Sarebbe una forzatura ridurre tutto ai detenuti o a un beneficio procedurale; il progetto viene pensato come uno strumento più ampio, che tocca anche il reinserimento sociale e il modo in cui un territorio accompagna il dopo.
Recidiva, non sconti di pena: la sfida di Catania
Il punto più sensibile riguarda proprio questo equivoco. La giustizia riparativa può avere riflessi sul trattamento sanzionatorio, ma non nasce come scorciatoia. Antonino Guido Distefano lo ha detto in modo netto: “Giustizia Riparativa escamotage per alleviare la pena? No, si tratta di una lettura errata e maliziosa”. Nello stesso passaggio ha ricordato che il percorso chiede a chi vi aderisce di rivedere il proprio modo di stare dentro la propria storia, accettando un lavoro di consapevolezza che non ha nulla di automatico.
Per questo il progetto viene presentato soprattutto come leva contro la recidiva. Il confronto con la vittima, quando è possibile e condiviso, obbliga a misurarsi con il danno prodotto in una forma che il processo penale da solo spesso non esaurisce. Enrico Trantino ha parlato della necessità di una pena che sia anche risocializzante e ha indicato nella sede di Monte Po il luogo da cui far partire questo tentativo. Se il centro funzionerà, Catania potrà contare su una rete territoriale più attrezzata e su meno ritorni al reato. Intanto tutto comincia da via Leonardo Vigo e da sei mediatori chiamati a dare forma concreta a una riforma.




















