Dite la verità: già a sentirla, trasiri — pronuncia tra-sì-ri — sembra una parola che non bussa. Entra direttamente, si accomoda e chiede se è rimasta un po’ di caponata.
Trasiri significa “entrare”, ma in Sicilia non è mai un semplice movimento da fuori a dentro. È una piccola cerimonia sociale. Se qualcuno vi dice Trasi trasi! — “Entra entra!” — sappiate che non state varcando solo una soglia: state firmando, senza accorgervene, un contratto morale che prevede almeno un caffè, un biscotto “piccolo piccolo” e forse una teglia “che tanto era già pronta”.
Nella vita quotidiana, trasiri è utilissimo: si trasi in casa, in bottega, in una conversazione, in una discussione di famiglia dove nessuno vi ha invitati ma tutti hanno già un’opinione pronta per voi. E qui arriva la magia: trasiri funziona anche al contrario, quando qualcosa non deve proprio entrarci. Non ci trasi nenti significa “Non c’entra niente”, perfetto per chi prova a infilare il meteo, il prezzo delle zucchine o la zia Concetta in qualunque argomento.
La parola arriva dal latino transire, cioè “passare attraverso”: elegante, antica, con quel passo da viaggiatrice colta. Ma in Sicilia ha preso casa, si è tolta le scarpe e ha chiesto dov’è il pane.
E poi c’è l’uso figurato: chistu nun ci trasi, “questo non c’entra nulla”. Frase salvifica, da usare quando qualcuno complica tutto con solennità.
Insomma, se vi invitano a entrare, attenzione: potreste uscire sazi, adottati e con una vaschetta in mano. Trasi trasi!




















