Poco distante dai Laghi di Ganzirri e da Capo Peloro, a Messina, dalla fine degli anni ’50 sorgeva un luogo particolarmente unico, costruito in perfetto equilibrio tra paesaggio e qualità architettonica. Distese di spiaggia lunga e lo sguardo rivolto al mare, che si perde all’orizzonte. Due stabilimenti balneari attiravano la popolazione messinese e non solo: il Lido di Mortelle e il Lido del Tirreno. Ma il luogo non era fatto solo di cabine balneari, bar e ristoranti. Era molto di più. Tanto che Isabella Fera, architetta, ricercatrice e studiosa di architettura moderna e restauro, nelle sue ricerche accademiche parlò di città lineare balneare.
Quando nacquero i Lidi di Mortelle
Sul lungomare tirrenico, tra il 1955 e il 1958, vennero realizzati il Lido di Mortelle e il Lido del Tirreno, due costruzioni particolari e innovative. L’architetto Filippo Rovigo (1909-1984), figura di spicco del dopoguerra siciliano, si occupò della progettazione del Lido di Mortelle, una struttura scenografica e iconica, grazie a un elemento davvero particolare: un ingresso monumentale, realizzato con una successione di volte conoidali decrescenti, che ricordano una grande conchiglia. Una forma particolare, dal colore rosso, in origine come le strutture esterne, che con il tempo è stato soprannominato dagli abitanti con il termine di “Aragosta”. Una volta attraversato l’accesso, si arrivava alla spiaggia attraverso un percorso prevalentemente orizzontale, articolato da scale, passerelle, cabine, terrazze, piscine e spazi comuni.

Erano gli anni Cinquanta, e la Messina del dopoguerra iniziava a dialogare con il resto d’Europa adottando un linguaggio architettonico davvero moderno: grandi superfici vetrate, linee leggere e continuative come quelle del mare, cemento armato, geometria delle forme e ampie visuali.
A progettare il Lido del Tirreno, invece, fu l’ingegnere Napoleone Cutrufelli realizzando, per l’esattezza, un contrappunto architettonico al lido precedente. Contrariamente all’imponente aragosta, questa struttura spiccava per essenzialità e una forte componente di orizzontalità. Ma anche in questo caso è possibile notare due elementi fortemente iconici: il serbatoio idrico (due prismi piramidali intersecati) e la terrazza panoramica esagonale, coperta e completamente aperta verso il mare. Sobrio e plastico, ad ampio respiro, era costruito su due piani con ristoranti e servizi balneari, mentre tutto il resto – piscine, aree comuni e cabine – era stato predisposto in base all’andamento del paesaggio.
La Messina di fine anni Cinquanta
Era il periodo in cui Messina si rialzava dalle macerie e pensava a una precisa idea di valorizzazione, che avveniva anche attraverso il turismo. Voleva ricostruire la propria identità, frammentate a colpita prima dal terremoto del 1908 e successivamente dalle due grandi guerre. L’unica cosa che era rimasta integra, era il paesaggio, considerato in qualche modo l’anima dell’intera popolazione. Così, progetti e cuore in mano, si pensò a una nuova idea di architettura in armonia con il paesaggio naturale. Quel tratto di costa era davvero unico: le colline peloritane fanno da cornice a un territorio molto stretto, sviluppato in longitudine con lunghe spiagge che si perdono in un mare cristallino. Una conformazione ideale per uno sviluppo lineare delle architetture lungo la costa. Tanto che le costruzioni non furono solo semplici lidi – strutture singole e autonome – ma piccoli quartieri turistici. Non solo cabine, bar e ristoranti, ma anche piscine, piazze, terrazze, percorsi pedonali, spazi per il tempo libero, impianti sportivi. Per questo motivo Isabella Fera parlò di città lineare balneare.

Un respiro Europeo
Isabella Fera offre inoltre una lettura molto più interessante, inserendo le strutture di Mortelle nel contesto dell’architettura balneare europea, e non come una semplice offerta turistica locale.
Tutto va inserito all’interno di un rapporto importante, quello tra uomo, mare e tempo libero, che ha costituito la base di una particolare tipologia architettonica, fortemente sperimentale e nata, per l’appunto, in considerazione questa trilogia, che nel passato era stata a lungo trascurata dagli studi di letteratura sull’architettura moderna. Secondo Fera, nel Novecento la spiaggia europea perde la sua esclusiva funzione terapeutica e diventa il luogo simbolo della vacanza e del tempo libero. Una sorta di alter ego delle città, luoghi invece dedicati alla produzione.
Le zone balneari diventano, quindi dei luoghi altri, separati dalla vita quotidiana dove, scrive la stessa Fera, le persone vivono una sorta di trasformazione simbolica, passando dall’identità di cittadino operoso a quella vacanziera, associando questi luoghi al concetto di eterotopia di Michel Foucault. Di conseguenza anche l’architettura cambia: gli edifici non devono solo essere funzionali, ma trasmettere leggerezza, libertà, divertimento e, soprattutto, non perdere nessun legame con il paesaggio.

In questo scenario europeo, i Lidi di Mortelle rappresentano uno degli esempi più originali di quegli anni: pur inserendosi nel discorso della grande architettura moderna internazionale, rielaborano quelle esperienze in modo originale, definendo la propria identità legata al paesaggio e contribuendo a definire l’immagine della vacanza moderna, al di là dei confini siciliani, raccontata al resto del mondo attraverso dépliant, materiale pubblicitario e cartoline. Per questo motivo, specifica Isabella Fera, recuperare la zona non sarebbe una semplice azione locale ma dalla tutela e della valorizzazione di un importante patrimonio dell’architettura moderna del Novecento.
Dal sogno al degrado
A partire dalla fine del Novecento, i Lidi di Mortelle hanno conosciuto un progressivo stato di abbandono, aggravato dall’azione degli agenti atmosferici, dalla scarsa manutenzione, dalle trasformazioni poco rispettose dell’impianto originario e dalla perdita di molte delle loro caratteristiche architettoniche. Il degrado ha alimentato un ampio dibattito sul futuro del complesso, ritenuto dagli studiosi un patrimonio da recuperare nella sua interezza e non attraverso interventi sui singoli edifici. L’idea era quella di restaurare il paesaggio balneare nel suo complesso, ricostruendo il rapporto tra architetture, mare, spazi aperti e percorsi.

A rendere ancora più complessa la vicenda contribuirono, nei primi anni Duemila, le ipotesi legate al Ponte sullo Stretto: mentre la Capitaneria di Porto chiedeva la graduale deconcessionificazione dell’area con la demolizione delle strutture, il Piano Regolatore Generale del Comune di Messina le classificava come immobili di interesse storico e monumentale, dando vita a un evidente conflitto tra tutela e possibile demolizione. A distanza di oltre vent’anni, il complesso è ancora in condizioni di forte degrado e nessun progetto di recupero è stato concretamente avviato. Sebbene nel 2026 il Comune di Messina abbia predisposto un Masterplan per la riqualificazione della fascia costiera tra Torre Faro e Mortelle, gli interventi non riguardano direttamente i Lidi storici, che restano uno dei più significativi esempi di architettura balneare moderna della Sicilia ancora in attesa di un’effettiva valorizzazione.
Oggi resta il ricordo di una stagione che dalla fine degli anni Cinquanta aveva saputo immaginare un futuro in cui il paesaggio non era da piegare alle esigenze dell’uomo ma parte integrante di un’opera.
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Immagini da:
– Isabella Fera, L’architettura moderna va in vacanza. Una città balneare sullo Stretto di Messina, LetteraVentidue Edizioni, Siracusa, 2011.
– Isabella Fera, I Lidi di Mortelle (1955-58), architettura e costruzione di un paesaggio balneare negli anni ’50 a Messina: un restauro possibile, in Emanuele Palazzotto (a cura di), Il restauro del moderno in Italia e in Europa, FrancoAngeli, Milano, 2011






















