Due enormi librerie piene di volumi che si stagliano verso un tetto quasi infinito, la finestra che rimane sempre chiusa e soprattutto le sbarre che trasformano la casa in una grande gabbia, simbolo metafisico di quella prigione in cui possono trasformarsi i legami familiari. Ma sono anche l’immagine delle dipendenze, della paura del fallimento e dei traumi che segnano la vita e dai quali sembra impossibile liberarsi.
In questo modo la scenografia stessa diventa un vero e proprio personaggio in scena. È da qui che prende forma Lungo viaggio verso la notte, il celebre testo di Eugene O’Neill, portato sul palco con la regia di Gabriele Lavia e in scena al Teatro Golden fino a domenica: uno spettacolo che conduce lo spettatore a scavare profondamente nel proprio animo, ad attraversare i suoi angoli più bui e a fare i conti con se stesso.
Incontriamo il Maestro nella platea del Teatro, ci accoglie con calore e simpatia seduti tra i divani. Dall’alto dei suoi quasi ottantaquattro anni conserva uno sguardo vivace e curioso, lo stesso di chi continua a interrogarsi sul teatro e sul mondo senza smettere mai di cercare nuove risposte. Mentre parla, attorno a noi il personale prepara la sala per accogliere il pubblico della sera. La conversazione scivola naturalmente verso lo spettacolo che tra poco lo vedrà protagonista.
“Le opere non sono attuali, attuale è la nostra lettura”
La prima domanda è quasi naturale: quanto può essere attuale oggi questo testo ambientato oltre un secolo fa, in un’epoca in cui si parla molto di rapporti familiari disfunzionali, dipendenze e fragilità personali? Gabriele Lavia ce lo spiega, ma la risposta parte da un presupposto diverso: “Le opere in sé non sono mai attuali. Le opere sono radicate nel loro tempo. La lettura, invece, è attuale ogni volta”.
Il regista cita il pensiero di Luigi Pirandello: “quando leggiamo un’opera del passato, inevitabilmente la filtriamo attraverso la sensibilità contemporanea. Per esempio leggiamo Guerra e pace e improvvisamente la battaglia sembra qui. Leggiamo l’Iliade e immaginiamo cose che forse non hanno nulla a che vedere con il mondo di allora. Ogni epoca rilegge i testi con i propri occhi”.

Il metodo “casuale” per scegliere un testo
La scelta di mettere in scena Lungo viaggio verso la notte è nata quasi per caso. O meglio, da un rituale personale che Lavia racconta con ironia, forse prendendoci in giro. “Quando devo scegliere un testo vado nel mio studio a Roma. Ho una grande libreria piena di libri di teatro che non finirò mai di leggere e da cui non riuscirò mai a mettere in scena tutto quello che vorrei. A volte chiudo gli occhi e passo il dito sugli scaffali. Più o meno so dove sono gli autori: Anton Čechov sta dopo Pirandello, Carlo Goldoni ha occupato più spazio perché ha scritto tantissimo. Ma spesso scelgo così, quasi a caso”.
Proprio in uno di questi momenti il dito si è fermato su Lungo viaggio verso la notte. “L’ho preso e ho pensato: fammelo rileggere. E ho capito subito una cosa: è lunghissimo. O’Neill è un bulimico della scrittura. Se lo si mettesse in scena integralmente durerebbe nove ore”.
Da questa presa di posizione, nasce la sua visione dell’opera e la scelta di metterla in scena. Lavia è partito dalle indicazioni dell’autore: una casa piena di libri. “Ho immaginato una libreria altissima, che quasi scompare nel soffitto. Poi serviva una porta per salire al piano superiore, quindi ne ho messe due. I personaggi entrano tra i libri e salgono al piano superiore, quasi sparendo. Non poteva mancare la finestra affacciata sulla baia, da cui si sente la sirena del mare, elemento simbolico ricorrente nell’opera. E quella sirena che urla è come il pianto di una balena malata. È qualcosa di molto angosciante“. La casa scenica diventa così una gabbia. “Ho pensato di chiudere tutto dentro una gabbia metafisica, ma l’ho fatta storta”. Perché ognuno ha la sua prigione: Mary quella della droga, James della carriera, Edmund della sua malattia, Jamie dell’alcol. Ma per tutti quanti la prigione è la stessa famiglia.

Un dramma autobiografico
Il testo di O’Neill è profondamente legato alla vita dell’autore. “C’è una porzione della sua vita di cui voleva liberarsi – spiega Lavia –. Per questo non voleva che il testo venisse rappresentato”. L’opera racconta infatti le tensioni e le fragilità di una famiglia segnata da dipendenze, sensi di colpa e incomprensioni. Un racconto doloroso, che nasce da esperienze personali dell’autore e dalla necessità di rappresentarli per esorcizzarli. Un dolore così grande che O’Neill non voleva che venisse messo in scena prima di venticinque anni dalla sua morte.
Nonostante la forza dei temi familiari, Lavia non si riconosce direttamente nella vicenda. “Non mi ci ritrovo – dice –. Non c’è nulla che afferisca al mio rapporto con i miei figli o con qualcuna delle mie mogli – sorride mentre racconta della sua famiglia -. Ho avuto molte mogli. I miei figli sono tre, e due hanno voluto fare gli attori. Sono molto bravi. Mia figlia, la più giovane, è un talento unico”.
Il teatro come verticalità
Per Lavia il teatro resta soprattutto una questione di rigore e visione artistica. “Il teatro si fa in verticale – spiega –. Se non c’è un’idea di verticalità non c’è niente. Serve un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea” cita sorridendo. Questa idea di verticalità si riflette anche nella scenografia dello spettacolo, con le librerie alte e lo spazio che si sviluppano verso l’alto.
I prossimi spettacoli e Bergman
Guardando al futuro, Lavia racconta di avere in mente ancora pochi lavori, per lui il tempo è un tiranno. “Credo che mi rimarranno forse due spettacoli da fare. Il prossimo sarà tratto da Dopo la prova di Ingmar Bergman. Avevo voglia di rifare Bergman prima di morire. È un testo apparentemente piccolo, ma in realtà molto grande”.
Il legame con la Sicilia
Nel corso della sua carriera Lavia ha lavorato spesso anche in Sicilia. “Catania è la mia città, per cui amo andarci. Palermo invece ha una bellezza completamente diversa: una bellezza cupa, tragica”. Due città opposte ma affascinanti. “Catania è come quando la ballerina di flamenco fa un movimento improvviso. Palermo invece ha un fascino più oscuro”.

“Il teatro non morirà mai”
Parlando del pubblico di oggi, il regista non nasconde una certa preoccupazione. “Il pubblico è stato rovinato dalla televisione – dice –. È una decadenza inarrestabile. Il telefonino è una delle cause della rovina del mondo”. Nonostante tutto, il futuro del teatro non è in discussione. “Il teatro non morirà mai. Non è una profezia: è proprio lo statuto del teatro che non prevede la sua morte”.
Il regista torna all’origine stessa della parola. “Theatron significa il luogo dello sguardo. Quello che vediamo sulla scena ci guarda a sua volta. Ognuno vede qualcosa di diverso. Per questo i Greci avevano tanti dei: ogni spettatore ha il suo sguardo, la sua verità” afferma con decisione.
L’intervista si chiude quasi all’improvviso. Qualcuno dalla platea avvisa che il tempo stringe: tra poco lo spettacolo comincerà e il Maestro deve rientrare nei camerini per prepararsi ad andare in scena. Si alza con calma, saluta e si avvia verso il dietro le quinte. Tra pochi minuti tornerà sul palco, forse è proprio questa la risposta più semplice a tutte le domande sul futuro del teatro: finché ci sarà qualcuno pronto a salire su un palco e qualcuno disposto a sedersi in platea per guardare, quel “theatron”, quello sguardo reciproco tra scena e spettatore di cui parlava poco prima, continuerà a esistere.






















