Nel cuore della Favorita a Palermo, il Rifugio del Cane Abbandonato gestito dalla Lega Nazionale per la Difesa del Cane accoglie oggi circa 230 cani, ben oltre la capienza della struttura. Sono tutti animali segnati dall’abbandono, ma curati, microchippati e sterilizzati grazie al lavoro instancabile dei volontari, presenti ogni giorno dell’anno, dalla mattina alla sera.
Una realtà che va avanti tra mille ostacoli. “Non abbiamo mai ricevuto contributi pubblici, se non il 5 per mille. I nostri cani vivono grazie ai volontari e al sostegno dei cittadini” spiega la presidente Elena La Porta, presidente della Lega sezione Palermo. Il rifugio, infatti, sopravvive grazie a donazioni private, cibo, materiali e all’impegno di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

Emergenza randagismo e decenni di precarietà
A rendere ancora più complessa la situazione è una vicenda amministrativa che si trascina da decenni: “Il rifugio è sotto sfratto dal 1992. Questo ci ha impedito di fare interventi strutturali importanti, costringendoci a una manutenzione minima per tenere tutto in piedi”. Oggi, però, si intravede uno spiraglio. “Sembra che il Comune abbia inserito il rifugio nel nuovo piano della Favorita e che ci sia la volontà di farci restare. Abbiamo chiesto una nuova concessione per poter finalmente adeguare la struttura alle normative attuali”. Un passaggio fondamentale per uscire da una condizione che La Porta definisce “assolutamente precaria e insoddisfacente”.
Il rifugio non è solo una casa per centinaia di cani, ma anche il simbolo di un problema più ampio: il randagismo. “La situazione è al collasso, come per molte altre strutture gestite da associazioni. La mancanza di misure adeguate ci ha costretti a limitare i nuovi ingressi” racconta La Porta.
E intanto le spese continuano: veterinari, farmaci, luce, cibo. “Abbiamo bisogno di tutto. Qualsiasi contributo è fondamentale, così come la presenza dei volontari. Senza di loro non potremmo andare avanti”.

Giada, la storia che restituisce fiducia
In mezzo a tante difficoltà, però, ci sono storie che accendono una luce. Come quella di Giada. “Giada non è una storia facile, è una di quelle che ti stringono lo stomaco all’inizio, ma che poi ti restituiscono fiducia – raccontano dal rifugio -. Arrivata già adulta, con un passato sconosciuto ma evidente nei suoi occhi, Giada non era il cane ‘perfetto’ che tutti cercano. E a complicare tutto, la diagnosi di leishmania, una malattia che ancora oggi spaventa molti.
“Non era una cucciola, non era di razza. Era una di quelle che spesso restano indietro. Poi è arrivata Simona, volontaria del rifugio. Non una persona qualsiasi, ma una di quelle che i cani li vedono davvero”. Conosceva già Giada, sapeva delle difficoltà, eppure ha scelto di adottarla. “Senza illusioni, ma con una decisione precisa”.
Oggi Giada è un altro cane. Non perché tutto sia diventato semplice, ma perché ha finalmente una casa, una stabilità, una persona di riferimento. “Convive con la leishmania senza problemi, seguendo cure e controlli. La malattia non è sparita, ma è gestita. E soprattutto non la definisce”. La sua trasformazione è la prova concreta che anche i cani adulti, quelli con problemi di salute, possono avere una seconda possibilità. “Giada ha ricominciato a fidarsi, ha imparato cosa vuol dire sentirsi al sicuro”. Quella di Giada non è solo una storia di adozione, ma un invito a cambiare prospettiva. Anche i cani meno facili meritano una possibilità e quando qualcuno decide di dargliela, succedono cose straordinarie.





















