La fotografia della libertà di stampa in Italia non è incoraggiante, e in Sicilia lo è ancora meno. Mentre il Paese scivola al 56° posto nel World Press Freedom Index, l’isola si ritrova a fare i conti con un ecosistema informativo che mostra insieme vitalità e fragilità strutturali. Per capire dove stiamo andando, abbiamo chiesto al presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Concetto Mannisi, di raccontare cosa sta succedendo davvero dentro e attorno alle redazioni siciliane.
La prima cosa che emerge è che la qualità, nonostante tutto, tiene. Mannisi non ha dubbi sul valore del giornalismo prodotto nell’Isola, soprattutto quando si tratta non limitarsi a riprodurre comunicati stampa: “Tante le inchieste coraggiose condotte negli ultimi anni, che hanno pure indotto le autorità preposte a intervenire”, osserva. E aggiunge che anche nella routine quotidiana “ci sono colleghi che dimostrano di voler andare oltre, cercando con competenza l’approfondimento”. Un segnale, questo, che, almeno sul piano professionale, dimostra che la Sicilia non ha smarrito la sua vocazione.

Odg Sicilia: iscritti in calo
Il problema, però, è che se si guarda al mero dato numerico, la situazione non è rosea: “Registriamo un calo degli iscritti. Il nostro mestiere ha perso appeal nei confronti dei giovani, che guardano con maggiore interesse al mondo degli influencer”, spiega Mannisi. Le richieste di cancellazione aumentano, le collaborazioni si assottigliano, la quota annuale – di 100 euro – diventa un ostacolo persino per chi vorrebbe restare. Oggi gli iscritti all’Ordine siciliano sono 4659, distribuiti tra 3555 pubblicisti, 987 professionisti, 100 iscritti all’elenco speciale, 11 praticanti, 3 stranieri e una sola società tra professionisti. Numeri che raccontano un settore che invecchia e si restringe.
Sul fronte delle querele temerarie, il quadro è ancora più complesso. Non esiste un dato ufficiale, perché non tutti i giornalisti segnalano all’Ordine ciò che subiscono. Ma quando accade, Mannisi spiega che l’OdG prova a intervenire: “Là dove ci vengono segnalate proviamo a comprendere come poter dare sostegno. In alcuni casi abbiamo creato un filo diretto con le prefetture per garantire al massimo chi fa con professionalità il nostro mestiere”. Un lavoro silenzioso, quindi, spesso invisibile, che però non basta a compensare un sistema che espone i cronisti a rischi crescenti.
Precarietà e autocensura: il prezzo nascosto dell’informazione
E qui arriva il nodo più delicato, ossia la precarietà: “Quando sai di non poter contare su una struttura organizzata, quando sai che potresti ritrovarti nelle condizioni di dover pagare un legale anche soltanto per fronteggiare una cosiddetta querela temeraria, corri il rischio di non volere approfondire determinati argomenti”, dice senza mezzi termini Mannisi. È la forma più subdola di censura. Quella che non arriva dall’alto, ma dall’interno, quando il giornalista capisce che il prezzo della verità potrebbe essere troppo alto rispetto al compenso ricevuto.
Il modo in cui i siciliani si informano, intanto, cambia rapidamente. I giovani vivono sui social, spesso senza cercare approfondimento. Ma Mannisi non ama generalizzare: “Spero sempre che l’utilizzo di più piattaforme, magari capaci di integrarsi fra loro, possa far sì che tutti possano accedere volontariamente a quell’informazione che è anche cultura e possibilità di crescita”. Una speranza che si scontra con un mercato editoriale che fatica a innovare e a trattenere talenti.
Giovani e giornalismo: l’attrattività perduta, l’AI e le altre sfide dell’Ordine
E allora i giovani? L’Ordine prova a intercettarli, a formarli, a spiegare loro che il giornalismo non è solo un mestiere, ma un servizio pubblico. “I nostri corsi di formazione sono aperti anche a chi iscritto non lo è”, racconta Mannisi. Si parla di inchieste, di etica, di intelligenza artificiale, di come “rovinare la suola delle scarpe” resti ancora oggi un gesto necessario. Poi ci sono le scuole, i concorsi, gli incontri con i professionisti. “Ed è bello – dice – sapere che ci sono docenti, ma anche ragazzi, che sono lieti di cogliere al volo queste opportunità”.
Il futuro, però, è un territorio incerto. Le nuove tecnologie promettono molto, ma possono togliere altrettanto. Per Mannisi, “la speranza è che ci possano portare verso un giornalismo più qualificato. Il timore è che possano rappresentare una scorciatoia per molti, togliendo posti di lavoro e fornendo una informazione controllata dagli algoritmi”. Per questo, insiste, gli strumenti fondamentali restano sempre gli stessi: “taccuino, registratore, microfono, telecamera e… suola delle scarpe”.


















