Succede così: stai apparecchiando, sistemi il pane, versi l’olio “giusto un filo” — che in Sicilia è un’unità di misura elastica — e zac, una macchia sulla tovaglia. Silenzio. Sguardi. Poi qualcuno, con la saggezza di chi ha già perdonato se stesso molte volte, sentenzia: Cu mancia fa muddichi (pronuncia: cu màn-cia fa mud-dì-chi), cioè “chi mangia fa briciole”.
Tradotto fuori dalla cucina: chi agisce, lavora, prova, inevitabilmente qualche errore lo combina. Il cameriere che sbaglia un tavolo durante il pienone, la nonna che mette troppo sale “perché il sale dà allegria”, l’amico che monta una mensola e scopre di aver creato arte contemporanea inclinata: tutti candidati perfetti al proverbio.
Cu mancia fa muddichi si usa proprio così: per difendere chi ha fatto uno sbaglio mentre era all’opera, oppure per giustificarsi con un sorriso quando la frittata è fatta — magari letteralmente, e pure un po’ bruciacchiata.
L’equivalente italiano è “Chi fa sbaglia e chi non fa niente non sbaglia mai”. Bello, chiaro, onesto. Però diciamolo: la versione siciliana ha più sapore. L’italiano sembra una frase da riunione aziendale; il siciliano ti mette davanti un tavolo, un pezzo di pane e la prova materiale del passaggio umano: le briciole.
Ed è qui la meraviglia: le briciole diventano metafora universale. In Sicilia perfino gli sbagli si misurano col pane. E in fondo è meglio un tavolo pieno di briciole che una tovaglia perfetta e la pancia vuota.
Quindi, la prossima volta che combinate un guaio mentre fate qualcosa, niente panico: sorridete e dite Cu mancia fa muddichi.





















