Avete presente quando rispondete a una mail “al volo”, senza rileggere, e mandate “cordiali salami” al direttore? Oppure quando uscite di casa convinti di avere tutto e scoprite, davanti al portone, che le chiavi sono rimaste dentro a meditare? Ecco: in quel preciso momento, da qualche parte, una nonna siciliana scuote la testa e sentenzia: A gatta priscialora fici i gattareddi orbi — si pronuncia a gàt-ta pri-scia-lò-ra fì-ci i gat-ta-rèd-di òr-bi.
La traduzione è limpida: “La gatta frettolosa fece i gattini ciechi”. In pratica: se fai le cose di corsa, non stupirti se il risultato viene storto, zoppo o direttamente impresentabile. Vale per il caffè messo sul fuoco mentre cerchi il caricabatterie, per la valigia preparata cinque minuti prima di partire, per il sugo “veloce” che alla fine sa di pentimento.
Il bello è che il proverbio è diffuso in tutta Italia: “La gatta frettolosa fece i gattini ciechi” lo capiscono tutti, da Bolzano a Lampedusa. Però, diciamolo con affetto patriottico da balcone: la versione siciliana, con quel priscialora, ha una musicalità insuperabile. Sembra già una piccola commedia, con la gatta che corre, inciampa e poi fa finta di niente.
Nell’epoca della fretta digitale, questo proverbio è un elogio siciliano della lentezza fatta bene: non dormire, attenzione; solo fare le cose con grazia. Perché, lettore caro, prima di premere “invia”, ricordati: A gatta priscialora fici i gattareddi orbi




















