Alcuni luoghi continuano a parlare anche quando le loro pareti cadono, e spesso lo fanno proprio nel momento in cui una città rischia di dimenticarli. A Ragusa questa soglia passa oggi attraverso un film, che prende una materia antica e la rimette davanti allo sguardo pubblico.
Il docufilm “Bitume” di Vincenzo Cascone arriva, il 12 settembre alle ore 19.30, in anteprima nazionale al Costaiblea Film Festival e riporta al centro la pietra pece come materia che ha segnato lavoro, economia e vita sociale del territorio ragusano. Sullo sfondo c’è anche la demolizione dell’ex fabbrica Ancione, passaggio che rende il film una riflessione urgente su memoria industriale, arte contemporanea e trasformazione urbana.
Cascone presenta Bitume al Costaiblea Film Festival
L’appuntamento è fissato a Marina di Ragusa, in piazza Torre, dentro un festival che sceglie di accogliere un’opera legata in modo diretto al territorio. L’anteprima nazionale dà al film un peso particolare, perché lo colloca subito in uno spazio pubblico e condiviso, prima ancora che in un circuito specialistico. Anche questo conta: quando il cinema intercetta una materia così radicata nella storia locale, il primo confronto utile è spesso quello con chi quei luoghi li attraversa ogni giorno.
Cascone sceglie di raccontare la pietra pece senza ridurla a reperto o curiosità del passato. In “Bitume” diventa una chiave di lettura del Ragusano, capace di tenere insieme geologia, memoria mineraria e arte contemporanea. Il film segue anche le tracce di “Bitume – Industrial Platform of Art”, progetto site-specific di FestiWall che ha portato artisti internazionali a misurarsi con gli spazi dell’ex fabbrica Antonino Ancione.
Pietra pece, miniere e Ancione cancellata
Per oltre un secolo la pietra pece ha inciso sul lavoro e sulla trasformazione economica dell’area ragusana. Attorno alle miniere si sono organizzati tempi, mestieri e relazioni sociali, con effetti visibili anche sul paesaggio. Basta evocare contrada Tabuna e le mani dei “picialuori” per capire che qui non si parla soltanto di produzione, ma di un lessico concreto, nato dal contatto quotidiano con la materia e con la fatica.
In questo quadro, la demolizione dell’ex Ancione assume un valore che va oltre la cronaca urbana. In quel sito si erano conservate le tracce della produzione industriale e, in un secondo tempo, anche le opere lasciate da decine di artisti. Quando spariscono edifici come questi, si perde certo un volume fisico della città, ma si assottigliano pure i gesti che vi erano legati, le parole del lavoro, la possibilità di leggere il passato dentro lo spazio presente. “Bitume” prende proprio questa assenza e la trasforma in materia narrativa, con un taglio che ha anche una funzione pubblica.
Da Ragusa una rigenerazione culturale possibile
Un docufilm, in casi simili, può diventare una forma di archivio vivente. Non sostituisce i luoghi, ma può conservarne stratificazioni, usi e domande nel momento in cui il tessuto urbano cambia. A Ragusa il rapporto tra arte contemporanea e memoria industriale mostra una possibilità concreta, simile per certi versi ad altre esperienze siciliane in cui il racconto culturale precede il recupero materiale degli spazi.
La questione di fondo resta aperta e riguarda il futuro della città. Come trattenere dentro il racconto urbano la memoria delle miniere di bitume e dell’ex Ancione, mentre nuove funzioni e nuovi vuoti ridisegnano i margini? “Bitume” prova a rispondere senza indulgere nella nostalgia, offrendo una traccia utile per ripensare identità e trasformazioni. In attesa che il dibattito trovi forme più stabili, tutto comincia sabato, in piazza Torre, con un film che riparte da contrada Tabuna e arriva fino all’ex Ancione.



















