Roberto Andò è un narratore appassionato dell’umano, un artista che con la stessa intensità esplora le complessità del presente e le sfumature del passato attraverso il palcoscenico teatrale e lo schermo. Ascoltare le sue parole è come intraprendere un viaggio intellettuale denso di spunti e riflessioni. Nei suoi pensieri non manca l’amore travagliato per la sua terra natìa, la Sicilia.
Andò ha avuto una carriera lunga che gli ha valso diversi e importanti riconoscimenti. Acclamato regista del recente film “L’abbaglio” e autore dell’intenso romanzo “Il coccodrillo di Palermo“, ha curato la regia di “Sarabanda”, spettacolo teatrale di Berman. Il regista si muove dunque con maestria tra set cinematografici e palcoscenici teatrali affiancando a questa attività la passione per la scrittura.

L’infanzia e la scomparsa della madre
Le sue ultime opere, siano esse pellicole o romanzi, rivelano uno sguardo acuto, seppur talvolta critico, verso la complessità della Sicilia ma è soprattutto nel registro degli affetti che il libro si fa più intenso. Le parole più tenere de “Il coccodrillo di Palermo” sono dedicate alla madre scomparsa, figura per lui fondamentale, descritta come eccezionale, vitale e luminosa, un “amore incondizionato”.
Andò riconosce l’importanza cruciale della madre nella sua vita e nel suo percorso creativo, sottolineando come il suo estro (dedita a pittura e moda) e il suo amore per lettura e teatro, abbiano avuto un’influenza determinante. Ricorda con affetto le precoci esperienze teatrali vissute insieme alla madre al Teatro Biondo di Palermo, dove conobbe grandi artisti come Carmelo Bene, Vittorio Gassman e Eduardo De Filippo. La perdita della madre è ancora un tema con cui si confronta, e nel libro traspare un’immagine di lei quasi come un “gioco di ombre”, un paragone esteso alla stessa Palermo.
Sicilia, l’isola delle contraddizioni
Se “Il coccodrillo di Palermo” è un’esplorazione della memoria personale e collettiva legata a Palermo, il suo ultimo film, “L’abbaglio“, invece, affronta la storia del Risorgimento, focalizzandosi sul retroscena dei Mille e sul colonnello Orsini, interpretato da Toni Servillo. “L’abbaglio” non è solo storia, ma evoca le contraddizioni attuali, esplorando la contrapposizione tra speranza e cinismo. Andò ama lavorare con gli attori, instaurando rapporti di confidenza. Il sodalizio con Toni Servillo è un’amicizia radicata anche grazie al teatro. Anche la collaborazione con Ficarra e Picone nasce da una stima reciproca. In “L’abbaglio“, si possono rintracciare omaggi stilistici a registi che Andò apprezza, come Sergio Leone, Giuseppe Tornatore suo amico e primo produttore, e Francesco Rosi.

L’intervista a Roberto Andò
Quale film l’ha ispirata e le ha fatto capire che voleva fare il regista?
Ci sono dei film molto importanti. Come, per esempio, la pellicola “Salvatore Giuliano” di un grande regista che poi è diventato mio amico, ovvero Francesco Rosi. È stato sicuramente uno dei film che mi ha dato la voglia di fare il cineasta.
C’è un attore con cui non ha ancora lavorato e che vorrebbe lavorasse con lei?
Un’attrice con cui ci diciamo da sempre che vogliamo lavorare insieme e con cui ancora non ho lavorato è Valeria Golino.
Cosa significa lavorare con sua figlia?
Mia figlia è stata una specie di talismano che mi son portato dietro anche quando era molto piccola. A un certo punto mi ha sorpreso perché ha deciso di fare l’attrice, io pensavo che fosse più vocata a stare come me dall’altra parte. E invece lei voleva fare l’attrice e quindi mi è sembrato naturale coinvolgerla negli ultimi film.
Che rapporto ha con gli attori?
Io amo gli attori. Ho molta confidenza con loro perché vengo dal teatro, perché so come relazionarmi; quindi, mi trovo molto bene e in genere li scelgo non tanto facendo dei provini, perché trovo che sia una pratica che in molte occasioni è mortificante, ma vedendoli a teatro, insomma, approfondendo un rapporto.
Sta già pensando ad altri progetti?
Progetti futuri tanti, però ci vorrà un po’ di tempo perché quest’anno ho tirato fuori un romanzo, uno spettacolo e un film importante, quindi adesso devo ricaricare le batterie.
Cos’è che ama della Sicilia e cosa non le piace?
Amo le cose straordinarie che non possono essere modificate. La natura, la sedimentazione storica, una certa dolcezza di chi è nato in Sicilia. Sono tante, invece, le cose che non mi piacciono. Sul piano dell’idea di civiltà spesso si preferisce la scorciatoia della furbizia invece di credere in un bene comune. Ma anche la mancanza di una spinta al cambiamento e al protagonismo da parte di Palermo.
Cos’è per lei la Sicilia?
Vedo sicuramente la Sicilia come una fonte inesauribile di storie e di ispirazione sia per la letteratura che per il cinema.





















