Alessia Anselmo
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Giornalista sportiva dal 2013, professionista dal 2023. Ama raccontare i personaggi e le storie che stanno dietro al risultato agonistico. Laureata in lingue moderne e specializzata in giornalismo, tra le sue passioni ci sono i viaggi, la lettura e le serie tv. È incuriosita dalle nuove tecnologie e non vede l’ora di scoprire dove ci porteranno.

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Niscemi e la frana che fa paura: il geologo Giovanni Ventura spiega il fenomeno

L'esperto spiega cosa sta accadendo a Niscemi: una frana enorme, cause note da anni e la necessità di rispettare il territorio.

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A Niscemi il terreno continua a muoversi. La frana che da gennaio sta cambiando la geografia del paese non accenna a rallentare e, secondo il geologo Giovanni Ventura Bordenca, già presidente Singeolp (Sindacato regionale geologi liberi professionisti), ha dimensioni che in Sicilia, e non solo, non si erano mai viste. “È una frana comunissima per tipologia, ma eccezionale per estensione. Il fronte è lungo quasi cinque chilometri. A memoria, non ricordo nulla di simile nell’Isola”, spiega a BE Sicily Mag. Si tratta di una frana di scivolamento, un movimento del terreno che procede in blocco e che può avanzare anche all’indietro, erodendo la scarpata e tutto ciò che si trova sopra. È questo il motivo per cui la zona rossa continua ad ampliarsi.

Perché il terreno cede a Niscemi

Ventura chiarisce che la causa del fenomeno non è una sola. Il centro abitato sorge su un altopiano composto da sabbie che poggiano su uno strato di argille, un materiale che trattiene l’acqua e si deforma facilmente. “Nel tempo il terreno si è imbevuto. Non solo per le piogge, ma anche per le perdite delle reti idriche e fognarie, ad esempio. Tutto questo ha appesantito il versante, già caricato dalle costruzioni”. Il risultato è un pendio che si muove in modo continuo, adesso monitorato giorno e notte. “La frana si fermerà quando la natura deciderà un nuovo equilibrio. Non possiamo stabilirlo noi”.

Il precedente del 1997: un segnale ignorato

Niscemi non è nuova a fenomeni di questo tipo. Nel 1997 si verificò una frana importante, considerata oggi un campanello d’allarme non ascoltato. “Quello del ’97 era un primo segnale – afferma il geologo – Le deformazioni erano già evidenti, ma non sono state comprese fino in fondo. Dopo i primi interventi, tutto si è fermato. E negli anni sono state concesse nuove edificazioni proprio sul bordo del versante”.

Ciò che dovrebbe far riflettere è che dopo quella prima frana era effettivamente stato avviato un primo monitoraggio, con strumentazioni che misuravano e controllavano gli spostamenti della frana. “Ma – fa notare Ventura – quel sistema è stato abbandonato. Nessuno lo ha più seguito e, alla fine, le strumentazioni sono state dismesse e vendute”. L’ex presidente del sindacato regionale dei geologi parla apertamente di incapacità amministrativa e di una gestione del territorio troppo legata all’emergenza e poco alla prevenzione: “Viviamo sempre sull’onda dell’emozione: tragedia, polemica, oblio. È uno schema che si ripete”.

Di fronte a un fenomeno di queste dimensioni, la risposta deve essere immediata e coordinata. “Serve una sinergia tra Protezione Civile, Comune, Regione e Genio Civile. Prima bisogna mettere in sicurezza, poi monitorare, solo dopo avviare interventi di mitigazione: rimodellare il pendio, creare gradoni, avviare opere di forestazione”. Tempi brevi non esistono. “Parliamo di anni di lavoro. Se si fosse iniziato nel 1997, oggi la situazione sarebbe diversa”.

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Non solo Niscemi: la Sicilia (e l’Italia) fragile

Il geologo allarga lo sguardo all’intera Isola: “La Sicilia è piena di aree classificate come R4, cioè a rischio molto elevato – afferma – Non con queste proporzioni, ma il pericolo è diffuso. Palermo, ad esempio, è una città indifesa dal punto di vista idraulico: basta una pioggia intensa per mandare tutto in tilt”.

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In un suo scritto destinato ai colleghi, datato novembre 2014 ma molto attuale, Ventura parla dell’alluvione che in poche ore ha messo in ginocchio Genova il suo entroterra e una vasta area del Piemonte, dell’Emilia Romagna e della Toscana che è secondo il geologo “in qualche modo una metafora della nostra imprevidenza e della nostra incuria. Consumo del territorio, cementificazione selvaggia, condoni a ripetizione, distruzione del patrimonio naturale, abbandono delle campagne e dell’agricoltura, dissipazione delle risorse ambientali ed economiche. Così come chi aveva anche il dovere di preservare il territorio non può dichiararsi oggi completamente estraneo, a cominciare dalle Regioni e dagli Enti locali, che insieme ai professionisti pianificatori – architetti, ingegneri, geologi – i quali oggi, invece di recitare il mea culpa gridano ipocritamente tutti allo scandalo, complici anch’essi di quasi mezzo secolo di malgoverno del territorio, che certamente viene da lontano, ma raggiunge oggi la sua terrificante apoteosi”.

Per Ventura, la chiave è semplice quanto complessa: prevenzione. “Bisogna partire dal basso, dalla geologia della prevenzione, non dalla geologia dell’emergenza. Ma spesso chi pianifica il territorio vede i geologi come un ostacolo, perché siamo noi a dire dove non si può costruire”. C’è un passaggio nelle riflessioni di Giovanni Ventura che resta sospeso e chiama in causa tutti noi. Una sorta di invito alla responsabilità: “Dobbiamo – ammonisce – cambiare modo di guardare alla natura. Se non la rispettiamo, se non ci adattiamo, la natura si riprende tutto ciò che è suo. È sempre stato così”.

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