La denatalità continua a ridisegnare il futuro dell’Italia. Dal 2008 il Paese registra un calo delle nascite costante e senza precedenti, con effetti sempre più evidenti sul piano sociale, economico e demografico. “Tra venticinque anni, continuando così, da 54 milioni diventeremo 30 milioni”, avverte il ginecologo Andrea Biondo, che indica possibili strategie per invertire la rotta e chiarisce quando e perché può essere utile ricorrere alla PMA, la Procreazione Medicalmente Assistita.
Infertilità in Italia: il 15% delle coppie incontra difficoltà ad avere figli
Tra le cause che alimentano il crescente fenomeno della denatalità c’è anche l’infertilità, una condizione che in Italia riguarda circa il 15% delle coppie. Le cause possono essere molteplici: nelle donne incidono fattori come la ridotta riserva ovarica o patologie quali tube occluse, endometriosi e aderenze infiammatorie pelviche; negli uomini, invece, disturbi come oligozoospermia, astenozoospermia e teratozoospermia.
A pesare è spesso anche l’età sempre più avanzata in cui si cerca una gravidanza. Tuttavia, non tutto è perduto: nella maggior parte dei casi esistono percorsi e soluzioni efficaci per affrontare il problema.
Quando ricorrere alla PMA e a chi rivolgersi
Ma quando è opportuno ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita? “La regola generale è questa: per le donne sotto i 35 anni, dopo 12 mesi di tentativi con rapporti non protetti senza successo, è consigliabile rivolgersi a uno specialista in PMA. Dopo i 35 anni, invece, è opportuno farlo già dopo 6 mesi”, spiega il dottor Biondo.
“Ribadisco – continua – l’importanza di rivolgersi non a un ginecologo qualsiasi, ma a specialisti in PMA: si tratta di una disciplina altamente specifica che richiede competenze dedicate. Affidarsi a professionisti esperti è fondamentale per non perdere altro tempo, un fattore spesso decisivo in questi casi. Più gli anni passano, infatti, più diminuisce la quantità e la qualità degli ovociti, riducendo progressivamente le possibilità di avere un bambino”.
Le tecniche di PMA
Le tecniche di PMA si suddividono in diversi livelli.
Il primo livello: l’Inseminazione Intrauterina
“Il primo è rappresentato dall’inseminazione intrauterina (IUI), che consiste nell’introdurre nell’utero della donna gli spermatozoi del partner, precedentemente selezionati e preparati in laboratorio. Prima della procedura viene effettuata una lieve stimolazione ovarica, aumentando le possibilità di fecondazione. Inoltre, il numero di spermatozoi che raggiunge l’utero è molto più elevato rispetto a un rapporto naturale e viene inserito nel momento più favorevole dell’ovulazione”, spiega il ginecologo Andrea Biondo.
Tecniche di secondo e terzo livello: FIVET e ICSI
“Le tecniche di secondo e terzo livello comprendono invece la fecondazione in vitro (FIVET) e iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI). In questi casi si procede con una stimolazione ovarica più intensa, seguita dal prelievo degli ovociti attraverso un piccolo intervento in sedazione profonda della durata di circa dieci minuti. Successivamente gli ovociti vengono fecondati in laboratorio: con la FIVET vengono messi a contatto con gli spermatozoi, mentre con la ICSI viene iniettato un singolo spermatozoo direttamente nell’ovocita”.
L’intero percorso, in media, richiede tra i 12 e i 15 giorni: “Gli embrioni ottenuti vengono poi trasferiti nell’utero della donna, generalmente tra il terzo e il quinto giorno di sviluppo, a seconda del numero e della qualità embrionale. Dopo circa 8-14 giorni dal transfer si esegue il test di gravidanza”.
Le percentuali di successo della PMA
Naturalmente, uno degli aspetti più importanti per le coppie che intraprendono un percorso di procreazione medicalmente assistita riguarda le probabilità di successo, che variano in base alla tecnica utilizzata, all’età della donna e alle caratteristiche cliniche individuali. “Ogni ciclo di PMA presenta probabilità di successo differenti. L’inseminazione intrauterina può raggiungere percentuali intorno al 21-22%. La PMA di secondo livello, con trasferimento di embrioni allo stadio di otto cellule, arriva fino al 27-28%. Con il trasferimento di blastocisti, considerato oggi uno dei livelli più avanzati della tecnologia riproduttiva, le possibilità di successo possono salire fino al 50%”, conclude il dott. Andrea Biondo.
L’importanza dell’aspetto umano
Un aspetto fondamentale, spesso trascurato, riguarda la dimensione umana e psicologica dei percorsi di PMA. Le coppie che affrontano l’infertilità vivono infatti una condizione di forte fragilità emotiva, in particolare le donne, maggiormente esposte allo stress dei tentativi e alle delusioni dei possibili fallimenti. “Un test negativo può provocare stati depressivi, giornate di pianto o difficoltà persino ad alzarsi dal letto”, spiega il dottor Biondo.
Proprio per questo, sottolinea lo specialista, “è essenziale che i medici agiscano con serietà, correttezza e sensibilità, scegliendo il percorso più adatto caso per caso e procedendo in modo graduale, senza ricorrere subito alle tecniche più invasive se non strettamente necessario”.
Un’ulteriore possibilità: l’ovodonazione
Quando invece nessuna tecnica tradizionale risulta efficace, o nei casi di esaurimento della riserva ovarica, una possibilità concreta è rappresentata dall’ovodonazione: un metodo innovativo e con ottimi riscontri, che prevede che gli ovociti vengano donati da una persona esterna alla coppia.
Le percentuali di successo, in questi casi, possono superare il 70% già al primo tentativo. “Non bisogna viverla come una sconfitta, ma come un’ulteriore opportunità di maternità e paternità”, conclude Biondo, ricordando anche il ruolo dell’epigenetica: durante la gravidanza, infatti, l’organismo materno contribuisce in modo significativo allo sviluppo e all’espressione genetica del bambino.






















