Ci sono fastidi piccoli, fastidi medi e poi c’è lei: camurria — pronuncia ca-mur-rì-a — la parola siciliana che entra in scena quando “seccatura” non basta più e “noia” sembra troppo educata.
La camurria è quel contrattempo che ti si appiccica addosso come la sabbia dopo il mare: la fila interminabile alle Poste, il vicino col trapano alle otto del mattino, il parcheggio trovato e perso in tre secondi, il parente che “ti devo dire solo una cosa” e dopo mezz’ora sei ancora lì. Ma attenzione: camurria può essere anche una persona. Con affetto, certo. Più o meno.
E infatti l’uso è meravigliosamente diretto: Chi camurrìa! significa “Che scocciatura!”, perfetto davanti a una giornata che parte storta. Oppure, guardando qualcuno con amorevole esasperazione: Sì ’na camurrìa, cioè “Sei una scocciatura”. Detto bene, può quasi sembrare una carezza. Quasi.
Sull’origine, come spesso accade con le parole più saporite, c’è un po’ di mistero. Forse arriva dallo spagnolo, forse da una radice legata a una malattia fastidiosa; alcuni la collegano persino a “gomorrea”, storpiata nel tempo. Etimologia poco elegante, resa linguistica eccellente.
La verità è che camurria è una delle parole più amate e usate in Sicilia: tutto ciò che annoia, rallenta, disturba o fa sospirare diventa automaticamente una camurria.
E se oggi vi riconoscete in almeno tre esempi, tranquilli: non è sfortuna, è solo lunedì. Chi camurrìa!


















