C’è una notte, ogni 14 luglio, in cui Palermo torna a raccontarsi in strada, tra devozione, teatro e tradizione che diventa linguaggio condiviso. Il 402° Festino di Santa Rosalia ha attraversato il centro storico con un corteo seguito da circa 400 mila persone, al seguito del carro trionfale della Santa, fino alla masculiata, i fuochi d’artificio sul Foro Italico e lo spettacolo di droni, che ha regalato emozionanti coreografie culminate con la scritta “W Palermo e Santa Rosalia“, apparsa a illuminare il cielo della città.
Alla Cattedrale, il messaggio di Corrado Lorefice ha spostato il rito sul presente, indicando nelle nuove pesti della città la mafia, la violenza e la cultura delle armi. È qui che il Festino, ancora una volta, ha mostrato la sua natura più complessa, insieme religiosa e civile.
400 mila persone nel cuore di Palermo
La cifra racconta molto, ma non basta da sola. Quattrocentomila persone significano un centro storico che per alcune ore cambia funzione, smette di essere solo sfondo monumentale e torna a essere spazio comune, attraversato da residenti, famiglie, e visitatori. Sul Cassaro il Festino ha preso la forma di una presenza diffusa, accaldata e paziente, con la folla raccolta lungo il percorso e ai Quattro Canti, tra applausi e bandiere rosanero sventolate in alto.
In mezzo, videomapping, teatro, danza, musica ed effetti luminosi hanno costruito una lingua pubblica comprensibile anche a chi vive il Festino per la prima volta. Il carro trionfale, pensato come un giardino in cammino con essenze mediterranee, in cui la santa era accerchiata da farfalle colorate, ha dato forma visibile all’identità palermitana. Dentro questa cornice, il Festino resta un rito che supera la sola dimensione devozionale, con la sua macchina spettacolare e la sua attrazione turistica. La sua forza sta proprio nella capacità di far convivere fede e racconto collettivo della città.
Lorefice porta le nuove pesti in Cattedrale
Il passaggio più denso della serata si è concentrato in Cattedrale, dove Corrado Lorefice ha scelto di far entrare nel rito le ferite contemporanee di Palermo. L’arcivescovo ha dato voce ai giovani dell’Accademia di Belle Arti, affidando a una loro reinterpretazione della Santuzza il compito di misurarsi con il presente. Il punto più netto del messaggio è stato il richiamo a una “rabbia sacra contro le nuove pesti che soffocano Palermo: la mafia, la violenza e la cultura delle armi“.
Quelle parole spostano il Festino dal terreno della commemorazione a quello della lettura pubblica del presente, dove la devozione diventa anche assunzione di responsabilità. Palermo conosce da tempo il peso di questi temi, e sentirli nominare nel cuore del suo rito più riconoscibile significa chiedere alla città di non considerare la festa come una parentesi, ma come un momento in cui guardarsi con maggiore precisione.
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