Ci sono parole che entrano in scena con la coppola storta e il sorriso di chi sa già come va a finire. Babbiare — pronuncia: bab-bi-à-re — è una di quelle. Vuol dire scherzare, prendere in giro, fare il finto tonto. Insomma: l’arte sottile di dire una cosa mentre gli occhi ne stanno raccontando un’altra.
In Sicilia si babbìa davanti al prezzo del pesce (“Ma è incluso pure il mare?”), con l’amico che arriva “tra cinque minuti” e invece è ancora sotto la doccia, o col parente che chiede solo “un assaggino” e poi lascia il piatto lucido come uno specchio. È gioco, sfottò affettuoso, teatro quotidiano in formato tascabile.
La frase regina è: Stai babbiannu? = “Stai scherzando?” Da usare quando qualcuno propone di uscire alle tre del pomeriggio ad agosto, oppure quando sostiene che “basta un solo cannolo”. E poi c’è la versione col semaforo rosso dell’anima: Nun babbìu = “Non scherzo, dico sul serio”. Quando un siciliano la pronuncia, meglio raddrizzare la schiena e posare il sorriso sul tavolo.
La parola arriva dal latino babbus, “sciocco”, ed è imparentata con babbo nel senso di sempliciotto. Ma attenzione: qui lo sciocco spesso è solo in apparenza. Chi babbìa sa benissimo dove vuole arrivare.
Ed ecco il colpo di scena: babbiare è leggero, giocoso, quasi musicale. Però nun si babbìa significa che la faccenda è seria e non si scherza più.
Quindi ridiamo, sì. Ma con giudizio. Stai babbiannu? = “Stai scherzando?” Va bene. Però se senti Nun babbìu = “Dico sul serio”, fai il bravo: ascolta e annuisci.


















