Nesciri si pronuncia né-sci-ri e già solo a dirlo sembra che la porta di casa abbia fatto “clic”. Significa uscire, andare fuori: concetto semplice, direte voi. Sì, semplice come decidere se stasera si esce davvero o se si resta sul divano a trattare con la coperta.
In Sicilia, nesciri non è solo un verbo: è un referendum familiare. C’è chi propone, chi nicchia, chi controlla il meteo anche ad agosto, chi dice “solo un’oretta” sapendo benissimo che tornerà quando il portone avrà sonno. La frase regina è: Niscemu stasira? = “Usciamo stasera?”. Domanda innocente, certo, ma capace di aprire dibattiti più lunghi di una riunione condominiale.
Dall’altra parte c’è la risposta più sincera dell’essere umano moderno: Nun nesciu = “Non esco”. Tre parole, una dichiarazione di indipendenza dal mondo esterno. Non è pigrizia: è gestione energetica avanzata.
La parola arriva dal latino exire, “uscire”, e si è fatta strada fino al siciliano con la naturalezza di chi apre la porta e dice: “Vado un attimo”. Poi sparisce per mezza giornata.
E attenzione: il suo contrario è trasiri, cioè “entrare”. Nesciri e trasiri sono una coppia fondamentale del dialetto siciliano, come domanda e risposta, invito e scusa, entusiasmo e ciabatte.
Insomma, il dilemma resta eterno: usciamo o restiamo a casa? Nel dubbio, prepariamoci piano. Niscemu stasira? = “Usciamo stasera?”


















