Ci sono verbi che fanno una cosa sola. E poi c’è talìare — pronuncia: ta-li-à-re — che ufficialmente significa guardare, osservare, dare un’occhiata. Ufficialmente, appunto. Perché in Sicilia tra “guardare” e “talìare” passa la stessa differenza che c’è tra aprire una finestra e trasformarla in un osservatorio strategico.
Guardare è neutro: guardi il mare, guardi l’orologio, guardi il conto del ristorante e ti fai il segno della croce. Talìare, invece, implica presenza, attenzione, un certo investimento emotivo. La nonna non guarda chi passa sotto casa: talìa. Con discrezione? Certo. La discrezione di un faro portuale.
L’uso quotidiano è meravigliosamente elastico. Davanti a un panorama, una cassata riuscita o un bambino vestito per la recita, parte spontaneo: Talìa chi beddu! = “Guarda che bello!”. Se invece c’è qualcosa da controllare — una vetrina, una casa in vendita, il vicino che “sta facendo lavori” da tre mesi — si dice: Talìamu = “Diamo un’occhiata”. Che poi quell’occhiata duri mezz’ora è un dettaglio tecnico.
La parola arriva dallo spagnolo atalayar, che significa fare la guardia, osservare dall’alto. E infatti talìare conserva proprio quell’aria da vedetta: non è un semplice guardare, ma uno scrutare con cura, talvolta con quella curiosità impicciona ma affettuosa che in Sicilia diventa quasi servizio pubblico.
Insomma, se qualcuno vi dice “non sto spiando, sto solo talìannu”, credetegli a metà. E magari sorridete: Talìamu un poco, va’ = “Diamo solo un’occhiata”, che tanto lo sappiamo come finisce.



















