Succede così: sei in fila al panificio, hai già puntato l’ultimo filone croccante, quello che ti guarda come una promessa di felicità. Arriva uno, sorride, fa finta di niente e ti passa davanti con la leggerezza di chi “tanto nessuno dice nulla”. Ecco, in quel momento, da qualche angolo della memoria, spunta la voce del nonno: Cu si fa pecura u lupu su mancia — pronuncia: cu si fa pè-cu-ra u lù-pu su màn-cia.
Tradotto: chi si comporta da pecora viene divorato dal lupo. In parole povere, la troppa remissività si paga. Non vuol dire diventare rissosi, per carità: la mitezza è una virtù, e pure elegante. Ma la dignità viene prima, possibilmente prima anche del signore furbo al banco della ricotta.
Questo proverbio si usa proprio per esortare qualcuno a farsi valere e non subire prepotenze. Vale al mercato, quando ti rifilano i pomodori ammaccati “che sono dolcissimi”; vale in famiglia, quando ti assegnano sempre la sedia traballante; vale al lavoro, quando il collega ti lascia “solo due cosette” e poi sono tre giorni di fatica con contorno di caffè freddo.
L’equivalente italiano è “Chi si fa agnello il lupo se lo mangia”. Bello, chiarissimo. Però in siciliano c’è quel sapore più ruvido, più diretto: meno salotto, più campagna.
E infatti è un proverbio pastorale antichissimo: nella Sicilia contadina lupi e pecore non erano solo metafore, ma esperienza quotidiana. Altro che modo di dire.
Quindi sì, restiamo gentili. Ma se qualcuno esagera, ricordiamoglielo col sorriso: Cu si fa pecura u lupu su mancia

















