All’alba del 16 settembre 1866 gruppi armati entrarono a Palermo e diedero inizio a un’insurrezione che sarebbe durata fino al 22 settembre. La memoria la chiamò “rivolta del sette e mezzo”, dal numero approssimativo di giorni in cui la città sfuggì al controllo del nuovo Stato italiano.
A 160 anni di distanza, l’episodio resta difficile da incasellare. Non fu soltanto un tentativo borbonico, né una sommossa clericale, né una rivoluzione sociale compiuta. Dentro convivevano opposizioni politiche, malcontento popolare, renitenza alla leva, fiscalità e delusione per gli effetti dell’unificazione.
Una città piena di conflitti
Palermo aveva accolto Garibaldi nel 1860, ma l’ingresso nel Regno d’Italia non aveva risolto povertà e squilibri. Nuove imposte, coscrizione obbligatoria e repressione alimentarono ostilità in una popolazione già attraversata da reti politiche e sociali diverse.
L’insurrezione coinvolse quartieri popolari e comuni vicini, liberò detenuti e attaccò sedi del potere. L’eterogeneità dei partecipanti impedisce di attribuire a tutti lo stesso programma. Alcuni volevano il ritorno dei Borbone, altri autonomia, altri ancora reagivano a condizioni materiali immediate.
La repressione
Il governo proclamò lo stato d’assedio e inviò truppe comandate dal generale Raffaele Cadorna. La flotta intervenne contro la città e, dopo giorni di combattimenti, le forze regie ripresero il controllo.
Le cifre delle vittime divergono molto fra le fonti e non vanno presentate come un dato certo. Alla violenza degli scontri seguirono arresti, processi e una narrazione pubblica che per lungo tempo ridusse la rivolta a banditismo o reazione.
Perché è rimasta ai margini
Il sette e mezzo disturba il racconto lineare del Risorgimento. Mostra che l’Unità non fu accolta allo stesso modo in ogni momento e territorio e che Palermo poté passare, in sei anni, dall’insurrezione contro i Borbone a quella contro lo Stato italiano.
Rileggerla oggi non significa scegliere una bandiera retroattiva. Significa riconoscere la pluralità delle cause e separare documenti, propaganda e memoria. Tra il 16 e il 22 settembre 1866 Palermo fu il centro di una frattura nazionale che merita di essere studiata senza nostalgia e senza rimozione.



















