All’interno del settecentesco Palazzo Torre Pirajno, in via Garibaldi, a Palermo, nel 2008 prende vita il Museo delle Maioliche. Qui è possibile ammirare più di 5 mila esemplari di maioliche realizzate a partire dal 1460 e fino ai primi decenni dal 1900. A raccoglierle e custodirle, sin dalla tenera età, è stato Pio Mellina, appassionato collezionista.
Una casa privata aperta al pubblico per donare bellezza
La prima curiosità risiede nella natura del Museo delle Maioliche, che nasce come casa privata – e lo continua ad essere anche dopo la scelta di aprire le porte al pubblico. A darne prova è la cucina, la sala che durante la visita più appare vissuta, e che nasconde degli oggetti selezionati con cura, come le formelle in terracotta per la realizzazione di dolci.

Una collezione in continua evoluzione dagli anni ’80 a oggi
La collezione raccoglie pavimenti dipinti a mano prodotti nel Sud Italia, nell’antico regno delle Due Sicilie e si distingue per la varietà di colori e per l’unicità – e irripetibilità – dei pezzi. Un’unicità che fa da guida anche nella ricerca di Pio Mellina sin dagli anni ’80, quando all’età di undici anni diede inizio alla sua raccolta di maioliche.

In quegli anni, ma già dopo la seconda guerra mondiale, questo genere di pavimenti inizia a essere considerato vecchio, fuori moda. Una convinzione che nasce in linea con la più comune tendenza, al termine della guerra, di voler dimenticare. Per questo, ci si voleva liberare di tutto ciò che ricordasse il passato e lo si fece anche attraverso le rinnovazioni degli appartamenti.
Quello che per le famiglie del tempo era uno scarto, un qualcosa di cui liberarsi, diviene per l’ancora giovanissimo Pio Mellina un tesoro. “Facendo una passeggiata per le strade di Palermo, in quegli anni, si trovavano centinaia di mattonelle abbandonate”, racconta Claudio Iannelli, parte del team dietro il Museo delle Maioliche. “Ma nulla spingeva Pio a collezionarle, né aveva certamente idea della grandezza di ciò a cui stava dando inizio. Per creare questo magico luogo, negli anni, ha impiegato ingenti somme di denaro. Non si tratta di un business, ma di passione per l’arte e per la condivisione dell’arte stessa. Per questo lo stimo molto”.
Tra Campania e Sicilia, oltre 5 mila maioliche
Non è solo la qualità dei pezzi collezionati, oggi irripetibile, a colpire lo sguardo. A sorprendere è soprattutto la quantità, che fa della raccolta un piccolo squarcio del patrimonio culturale del Sud Italia, con riferimento specifico a Napoli, Vietri sul Mare e a diversi centri della Sicilia, da Caltagirone a Santo Stefano di Camastra, dove avevano luogo le produzioni principali.

La perduta (e pericolosa) tecnica di produzione delle maioliche
Se ne parla al passato perché oggi la tecnica originaria di produzione della maiolica è profondamente mutata: “Le modalità di realizzazione hanno subito delle variazioni radicali, soprattutto per quanto riguarda i colori. Nei secoli scorsi questi venivano ricavati unicamente da elementi naturali. Per il verde veniva usato il rame, per il giallo il ferro, i lapislazzuli erano impiegati per il blu e il piombo per ottenere il bianco”. Dati i materiali utilizzati, per la cottura erano però necessarie temperature molto alte che, in combinazione al piombo, sviluppavano vapori altamente tossici. “Si racconta che gli artigiani di maioliche morissero molto giovani” continua Claudio Iannelli.
Oggi dunque, la produzione continua ma tramite l’utilizzo di nuovi materiali, con una conseguente differenza negli effetti. “La colorazione industriale cambia tutto e oggi non c’è più quel tipo di resistenza delle ceramiche”, conclude.
Non solo maioliche
Con un’estensione di 650 mq, il Museo ospita dieci sale visitabili, restaurate con gli affreschi originali del tempo e arricchite dal turbinio di colori donato dalle maioliche, che si stagliano in tutte le superfici, dalle pareti ai tetti.
Le ceramiche non sono però l’unica attrazione: nello spazio è possibile ammirare anche diverse collezioni minori, per un salto nel passato, dalla cancelleria d’epoca – con prodotti risalenti fino agli anni ’20 e firmati dai maggiori marchi d’Europa, come Faber Castell e Stabilo – ai packaging di farmaci e prodotti di uso quotidiano.



















