Giù di sette posizioni in soli dodici mesi. È così che l’Italia è scesa al 56° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. Superata anche da Ghana, Costa d’Avorio e Gambia. Sia chiaro, siamo in buona compagnia, visto che anche gli Stati Uniti hanno perso sette posizioni. Non accadeva da venticinque anni che il mondo intero registrasse un livello così basso di libertà di informazione. Da quando, cioè, Reporters Sans Frontières ha iniziato a diffondere la sua classifica basata su un metodo trasparente, pubblico e validato da un comitato scientifico indipendente.
Cosa emerge dal rapporto RSF 2026
Il rapporto 2026 fotografa un pianeta in cui più della metà dei Paesi (il 52,2%) vive in condizioni difficili o molto gravi. Nel 2002 erano il 13,7%. In testa c’è sempre la Norvegia, che guida la classifica per il decimo anno consecutivo. In fondo, come sempre, Eritrea, Corea del Nord e Cina. E in mezzo, un’Italia che continua a sprofondare, non riuscendo a proteggere chi l’informazione la fa davvero.
Gli indici del rapporto di RSF
Per capire quanto sia grave la fotografia scattata da RSF bisogna guardare anche al modo in cui questa fotografia viene costruita. L’indice si basa su un questionario inviato a giornalisti, ricercatori, giuristi e attivisti in tutto il mondo, chiamati a valutare cinque dimensioni precise: politica, economica, giuridica, sociale e della sicurezza. A questi dati qualitativi si sommano quelli quantitativi: aggressioni, arresti, censure, pressioni economiche, leggi che limitano l’informazione.
È un sistema trasparente, aggiornato nel 2022 per renderlo ancora più rigoroso, e che quest’anno mostra un dettaglio che dovrebbe essere un campanello d’allarme da non sottovalutare. L’indicatore giuridico è peggiorato in oltre il 60% dei Paesi, segno che la libertà di stampa non viene più compressa solo attraverso minacce o violenze, ma anche tramite norme e regolamenti che restringono lo spazio dell’informazione pezzo dopo pezzo.
L’Italia perde 7 posizioni in un anno: ecco perché
Tra i motivi della caduta dell’Italia, secondo RSF, c’è la “legge bavaglio” sulla cronaca giudiziaria, ma ci sono anche le ingerenze politiche sulla Rai, le minacce delle mafie ai cronisti d’inchiesta, la precarietà contrattuale che erode l’indipendenza: “In Italia la libertà di stampa continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose e da vari piccoli gruppi estremisti violenti”, mentre i politici provano a limitare il diritto di informare attraverso norme e pressioni che si sommano alle SLAPP, le azioni legali strategiche usate per intimidire.
Le SLAPP sono il lato elegante della censura. Non ti zittiscono con un divieto, ma con una citazione in tribunale. Non serve vincere la causa. Anzi, quasi mai la querela per diffamazione si traduce in una sconfitta, sulla carta, per il giornalista. Ma a chi querela interessa solo l’idea di trascinare per anni chi è scomodo tra avvocati, udienze, spese.
E se sei un freelance, un precario, un collaboratore pagato a pezzo, ci pensi mille volte prima di toccare certi poteri. È così che nasce l’autocensura. Non perché qualcuno ti impone il silenzio, ma perché ti rendi conto che parlare può costarti caro.
Il punto è che la libertà di stampa è il termometro della salute democratica di un Paese. Senza media indipendenti non esistono cittadini informati. Senza cittadini informati non esiste controllo del potere. E senza controllo del potere la democrazia diventa un guscio vuoto, un involucro che conserva la forma ma perde la sostanza.





















