Davide La Cara
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Giornalista formatosi tra Palermo, Roma e Milano, ha collaborato con diverse testate nazionali e siciliane, trattando temi che spaziano dalla politica al cinema, dall'attualità alla musica. Autore e conduttore radiofonico, ha sviluppato progetti editoriali e radiofonici, raccontando il mondo con uno sguardo critico e innovativo.

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Stefano D’Arrigo, uno scrittore “estremo” e il caso di Horcynus Orca

Nel giorno dell’anniversario della morte, il 5 maggio 1992, torna l’attenzione su uno dei romanzi più radicali e discussi della letteratura italiana del Novecento

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Il 5 maggio 1992 scompariva Stefano D’Arrigo, autore siciliano capace di lasciare un segno profondo e controverso nella narrativa italiana del secondo Novecento. A distanza di oltre trent’anni, il suo nome resta indissolubilmente legato a un’opera monumentale e fuori dagli schemi, Horcynus Orca, pubblicata nel 1975 dopo una lunga e complessa gestazione.

Nel panorama del secondo Novecento, Horcynus Orca si colloca tra quei grandi “romanzi-mondo” che non si limitano a raccontare una storia, ma costruiscono un universo. In questo senso, l’opera di D’Arrigo continua a rappresentare un punto di riferimento per chi esplora i confini più estremi della narrativa.

D’Arrigo, nato ad Alì Terme in provincia di Messina nel 1919, è stato uno scrittore appartato, lontano dalle logiche editoriali più immediate, ma proprio per questo capace di costruire un universo narrativo unico, destinato a dividere lettori e critica.

Un “caso letterario” lungo oltre mille pagine

Alla sua uscita, Horcynus Orca si impose subito come un vero caso editoriale. Con le sue 1.276 pagine nell’edizione attuale, il romanzo è tra i più lunghi e complessi della letteratura italiana contemporanea. Negli ultimi anni, inoltre, ha conosciuto una rinnovata attenzione anche a livello internazionale, confermando il suo status di opera di culto.

Più che un semplice romanzo di guerra o di ritorno, il libro si presenta come un’epopea linguistica e simbolica, difficile da classificare e ancora più difficile da tradurre.

La trama: un ritorno epico nello Stretto

La vicenda si svolge durante la Seconda guerra mondiale e segue il marinaio ’Ndrja Cambrìa, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 intraprende un viaggio lungo le coste della Calabria per tornare al suo paese sullo Stretto di Messina. Ad attenderlo c’è un mondo sconvolto: il mare è infestato da delfini – le “fere” – che distruggono la pesca, mentre un’orca gigantesca e ferita attraversa minacciosa lo Stretto, diventando simbolo oscuro e magnetico.

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Il viaggio del protagonista si trasforma così in un percorso iniziatico, costellato di incontri e racconti che richiamano le grandi narrazioni epiche. Non a caso, il romanzo è stato spesso accostato a opere come Alla ricerca del tempo perduto, Moby-Dick e Ulisse, per la sua capacità di costruire un mondo narrativo autonomo e totalizzante.

Il linguaggio come protagonista assoluto

L’aspetto più sorprendente di Horcynus Orca è la lingua. D’Arrigo costruisce un codice espressivo unico, mescolando italiano letterario, dialetto messinese, grecismi, arabismi, neologismi e persino strutture infantili. Il risultato è una sorta di “proto-lingua”, che sfida ogni norma e trasforma il linguaggio nella vera materia del romanzo.

Qui la parola non descrive semplicemente la realtà, la crea. Il lettore ha la sensazione che il mondo narrato sia fatto di linguaggio, più che di eventi. È questa densità formale a rendere l’opera tanto affascinante quanto ostica.

Un’opera che divide

Ancora oggi Horcynus Orca resta un libro estremo. La sua complessità, unita alla mole e alla difficoltà linguistica, lo rende un testo che molti abbandonano e altri venerano. C’è chi lo considera un capolavoro epico e chi invece un esperimento chiuso, distante dal lettore medio.

Anche la sua storia editoriale ha contribuito a questo mito: rifiuti iniziali, diffusione limitata e difficoltà di traduzione lo hanno trasformato in una sorta di “oggetto maledetto”, amato da pochi ma con una forza simbolica enorme.

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