ultimi articoli

Pubblicità: analisiclinichedipiazza.it

Giovanni Falcone, il giudice che sfidò Cosa Nostra

Il magistrato fu ucciso da Cosa Nostra nella strage di Capaci, il 23 maggio del 1992, con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta

spot_imgspot_img
- Advertisement -
Pubblicità: pasticceriamatranga.com

Nei pressi della pista di atterraggio dell’aeroporto di Punta Raisi, Giovan Battista Ferrante e Salvatore Biondo, appostati in auto, attendono il volo del giudice Giovanni Falcone proveniente dall’aeroporto Ciampino di Roma. “Arrivò”. La telefonata, che avvisa Gioacchino La Barbera, non tarda. La Fiat Croma del giudice ha imboccato l’autostrada A-29 in direzione Palermo. La Barbera segue il convoglio di auto in una stradina parallela alla corsia dell’autostrada rimanendo costantemente in contatto telefonico con Antonino Gioè, in attesa sulla collina che sovrasta Capaci. Al suo fianco Giovanni Brusca, con il telecomando, aspetta il segnale decisivo che arriva alle 17:58: “via via via”. Al terzo “via” Brusca aziona il telecomando sventrando, con circa 400 chili di esplosivo, il tratto all’altezza dello svincolo di Capaci, causando un’esplosione la cui forte onda d’urto viene registrata dai sismografi dell’Osservatorio geofisico di Monte Cammarata. L’attentato causa la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Sono le 17:58 del 23 maggio 1992.

Giovanni Falcone, il giudice che sfidò Cosa Nostra - Be Sicily Mag - Stragecapaci
Strage di Capaci (23 maggio 1992) – Foto Wikimedia Commons

Chi era Giovanni Falcone

Giovanni Salvatore Augusto Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939 in una famiglia benestante nel quartiere della Kalsa. All’età di 26 anni diviene Pretore a Lentini, mentre dal 1966, per circa dodici anni, presta servizio al tribunale di Trapani dove comincia a nascere in lui la passione per il diritto penale. Il suo percorso è stato fortemente segnato dalla scomparsa del padre a causa di una brutta malattia. Nel 1978 inizia a lavorare presso il tribunale di Palermo, nella sezione fallimentare. Lì conosce la collega Francesca Morvillo, con cui si sposerà nel 1986. La sua vita cambia radicalmente nel settembre del 1979 quando, dopo l’omicidio del magistrato Cesare Terranova, accetta la proposta del giudice Rocco Chinnici di trasferirsi all’Ufficio Istruzione della sezione penale, in quel periodo storico un simbolo di innovazione giuridica. È in questo contesto che Falcone ritrova Paolo Borsellino, con cui condividerà il percorso professionale e umano. 

Giovanni Falcone, il giudice che sfidò Cosa Nostra - Be Sicily Mag - Falcone Borsellino Caponnetto
Foto da Wikimedia Commons

L’esperienza del pool antimafia

Per capire quanto Giovanni Falcone sia stato determinante nel contrasto al fenomeno mafioso, diventa indispensabile mettere a fuoco il delicato periodo storico in cui il giudice ha svolto la propria attività investigativa. L’arrivo di Falcone al tribunale di Palermo coincide con la fase preparatoria e l’esplosione della seconda guerra di mafia, la sanguinaria faida intestina a Cosa Nostra che culminerà con l’ascesa del clan dei Corleonesi di Totò Riina. È il periodo in cui Falcone inizia a vivere in prima persona la morte di numerosi colleghi e rappresentanti delle Forze dell’Ordine. 

In questo contesto drammatico, il giudice inizia a istruire l’inchiesta su Rosario Spatola, costruttore edile di Palermo, e il processo Mafara. Il momento in cui, però, lo scontro tra la magistratura palermitana e la mafia raggiunge l’apice è nel novembre del 1983, quando da un’idea del giudice Rocco Chinnici nasce il pool antimafia con l’obiettivo specifico di coordinare tutte le indagini riguardanti i reati di mafia, facendo tesoro in particolare dell’esperienza maturata da Falcone durante le inchieste Spatola e Mafara, favorendo soprattutto la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e tutelando così il singolo magistrato dall’esposizione personale.

Il metodo Falcone

Un “incontro” chiave per la carriera del giudice, che plasma il suo metodo, avviene nel 1984, quando Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile, decide di collaborare con la giustizia italiana a condizione che sia proprio Falcone a verbalizzare le sue dichiarazioni. Il racconto del “boss dei due mondi”, destinato a stravolgere definitivamente il paradigma giudiziario, è talmente significativo e dirompente da indurre lo stesso Buscetta a mettere in guardia Falcone: “L’avverto, signor giudice. Dopo quest’interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?”.

Leggi anche:  Maria Falcone: "La verità sulle stragi del '92 una ferita aperta. Le idee di Giovanni camminano sulle nostre gambe"

Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, circa 400 pagine di verbale scritte a mano da Falcone, consentono di svelare in modo inedito la reale struttura di Cosa Nostra, fino a quel momento celata dietro il velo dell’omertà. Il cosiddetto metodo Falcone “Follow the money” (segui il denaro), la celebre intuizione del giudice fondamento del metodo investigativo del Pool Antimafia, basato sull’idea che per colpire e smantellare la mafia bisognasse tracciare i flussi finanziari illeciti, individuare i prestanome e confiscare i capitali accumulati, trova la sua più concreta applicazione attraverso le dichiarazioni di Buscetta. 

Adv
Pubblicità: cascino.expert.it

Il Maxiprocesso 

Giovanni Falcone, insieme a Paolo Borsellino, è stato la massima espressione del contrasto a Cosa Nostra. In un contesto sempre più pericoloso, dopo gli omicidi del Commissario di Polizia Giuseppe Montana e del Vicequestore Ninni Cassarà, collaboratori fidati del giudice, Falcone e Borsellino vengono trasferiti nella foresteria del carcere dell’Asinara con l’obiettivo di concludere la stesura di oltre 8 mila pagine della storica richiesta di rinvio a giudizio, inerente 475 indagati, scaturita dalle indagini del pool antimafia. L’attività costituisce l’istruzione del Maxiprocesso di Palermo, il primo grande processo contro l’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra che, per esplicita richiesta dello stesso Falcone, inizia il 10 febbraio 1986 presso l’aula bunker del carcere l’Ucciardone, costruita di proposito in pochi mesi, e si conclude il 30 gennaio 1992 con la sentenza pronunciata dalla I Sezione della Corte di Cassazione. La sentenza, storica, conferma tutte le condanne, mentre le assoluzioni pronunciate nel giudizio d’appello per gli omicidi inerenti il Vicequestore Boris Giuliano, il generale Dalla Chiesa e il medico Giaccone e altri viene annullata e per gli imputati viene disposto un nuovo giudizio. 

Il processo di rinvio venne celebrato tra il 1993 e il 1995 davanti alla Corte d’Assise d’Appello in cui tutti gli imputati vengono condannati all’ergastolo. In definitiva, il Maxiprocesso viene sancito nella storia come un trionfo giudiziario della magistratura palermitana, con la quasi totalità delle pesanti condanne pronunciate in primo grado confermate e vidimate dalla Corte di Cassazione. Un durissimo colpo per tutta l’organizzazione mafiosa, soprattutto inatteso come racconteranno in seguito molti collaboratori di giustizia, e un segnale significativo per l’opinione pubblica non solo siciliana ma italiana. Il fine simbolico del Maxiprocesso, oltre che giuridico, voluto da Giovanni Falcone è stato pienamente raggiunto.

Giovanni Falcone, il giudice che sfidò Cosa Nostra - Be Sicily Mag -
Udienza del Maxiprocesso di Palermo – Foto Wikipedia

L’Attentatuni, le indagini

La morte del giudice Giovanni Falcone matura all’interno di un periodo di significativo fermento in tutto il Paese. Il giorno dell’attentato, il parlamento italiano non è ancora riuscito ad eleggere il Presidente della Repubblica: dopo la quindicesima votazione, infatti, lo stallo regna perenne. Il candidato principale a ricoprire la carica è Giulio Andreotti, leader storico della Democrazia Cristiana. Il clima di forte tensione è tale dal gennaio precedente quando la sentenza della Corte di Cassazione, che ha reso irrevocabili le condanne del Maxiprocesso, scatena l’ira cieca di Totò Riina contro le istituzioni e in particolare i politici di riferimento, ritenuti dei traditori per non aver “aggiustato” la sentenza. Da lì la vendetta, attraverso la strategia stragista, iniziata nel marzo del 1992 con l’omicidio del politico Salvo Lima, riferimento della Democrazia Cristiana nell’Isola, davanti la sua villa di Mondello. Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo confermerà che la sentenza del Maxiprocesso è stata vissuta dal capo dei capi come un’umiliazione intollerabile. 

Leggi anche:  La Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata compie 25 anni: Mattarella a Vienna per celebrarla

Sotto la spinta emotiva dell’attentato e una significativa pressione dell’opinione pubblica, il Parlamento italiano elegge, alla sedicesima votazione, Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che supera, di fatto, il favorito Andreotti. Le indagini sulla strage di Capaci hanno accertato le responsabilità del vertice di Cosa Nostra, condannati in via definita nel processo “Capaci bis“. La Procura di Caltanissetta ha tuttavia riaperto i fascicoli per identificare i complici esterni e gli esecutori materiali ancora senza nome, grazie all’analisi di nuovi profili genetici di alcuni reperti. È stato lo stesso Giovanni Brusca, nonostante si sia sempre autoaccusato di aver attivato il radiocomando di Capaci, a sollevare le prime perplessità sulla dinamica dell’esplosione e sulla presenza di “entità esterne” a Cosa Nostra. Non solo dichiarazioni ma anche nuovi rilievi da parte degli investigatori su alcuni reperti inediti, appartenenti a due uomini e una donna, non riconducibili all’organizzazione mafiosa.

Nonostante le tante indagini e i processi abbiano esplorato piste investigative relative a possibili coinvolgimenti di apparati deviati dello Stato, esponenti della destra eversiva, vedi “pista nera” e massoneria, non si è giunti a delle sentenze di condanna definitiva che accertino l’esistenza e l’identità di mandanti occulti per la strage del 23 maggio 1992. Le “menti raffinatissime“, citate dallo stesso Giovanni Falcone in seguito al mancato attentato all’Addaura del 1989, non sono state accertate e individuate nel contesto giudiziario e processuale. Nello stesso anno, inoltre, al Palazzo di Giustizia di Palermo, scaturisce la nota vicenda del “corvo“: una serie di lettere anonime pesantemente diffamatorie nei confronti del giudice e alcuni dei suoi colleghi.

Giovanni Falcone, il giudice che sfidò Cosa Nostra - Be Sicily Mag - Giovanni Falcone memorial tree
L’albero Falcone a Palermo – Foto Wikipedia

La memoria

Ciò che resta di Giovanni Falcone va oltre l’alone di giudice integerrimo, di uomo delle Istituzioni. Non è soltanto il ricordo di una figura dedita al proprio dovere, neanche il boato tremendo di quel 23 maggio di 34 anni fa che attraversa la nostra storia come un eco mai svanito. Ma se Giovanni Falcone resta nell’aria, nei nostri giorni, è per la sua anima esposta al pari delle fragilità. Ricordi, parole e azioni seminati nel vento per essere raccolti e custoditi da ognuno di noi. Ogni sacrificio interpretato come un piccolo patrimonio da restituire agli altri. Un uomo, quindi, attraversato dalle fragilità dell’esistenza e da uno spirito inquieto mai domo. L’infinito fulgido lascito del transito terreno di chi, come Lui, è destinato a esistere.

Adv
Pubblicità: cascino.expert.it
Condividi questo articolo sui tuoi social...
Pubblicità: diessehome.it
Pubblicità: stellantisandyou.com
Pubblicità: italtekno.com

ULTIMI ARTICOLI

Pubblicità: palermoclassica.it

consigliato da be

BE Sicily Mag Settembre 2026: l’editoriale di Licia Raimondi

BE Sicily Mag Settembre 2026 è arrivato in edicola.C’è un colore che attraversa questo numero. Non lo avevamo deciso, non avevamo costruito le nostre...
Pubblicità: abitarevialedelfante.it

non perderti

Pubblicità: cascino.expert.it
Pubblicità: cascino.expert.it
spot_img
spot_imgspot_img