di Adriano Formoso
Psicologo – Psicoterapeuta, ricercatore in neuroscienze e cantautore
Fondatore della Neuropsicofonia e del Formoso Therapy Show
“Dottore, mia moglie mi ha lasciato. Ha un altro uomo. Questo posso accettarlo. Quello che non riesco ad accettare è sapere che mio figlio, ancora piccolo, dorme nel letto insieme a loro“. Ci sono frasi che in psicoterapia è meglio non interpretare immediatamente. Bisogna lasciarle cadere nella stanza. E ascoltare il rumore che fanno.
Potremmo chiamarla gelosia, ferita narcisistica, difficoltà di un uomo ad accettare che un altro abbia preso il suo posto accanto alla donna che amava. Probabilmente dentro quella sofferenza c’è anche tutto questo. Ma se ci fermassimo qui commetteremmo un errore: continueremmo a guardare gli adulti mentre, in mezzo a loro, c’è un bambino. Ed è proprio lui quello di cui vorrei parlare.
Tempo dell’orologio e tempo psichico
Una donna separata ha diritto a una nuova relazione. Un uomo separato altrettanto. Nessun ex coniuge dovrebbe arrogarsi il diritto di controllare la vita sentimentale dell’altro. La domanda è un’altra. Quando un adulto si innamora di nuovo, quanto velocemente deve innamorarsi della sua nuova vita anche suo figlio? Perché esiste un tempo dell’orologio e ne esiste un altro che incontro ogni giorno nel mio lavoro di psicoterapeuta: il tempo psichico.
E i due raramente camminano alla stessa velocità. In tanti anni trascorsi ad ascoltare genitori e figli nelle stanze di terapia, mi è capitato molte volte di vedere adulti convinti che un bambino avesse “capito tutto” semplicemente perché non protestava. Ma il silenzio di un bambino non è sempre adattamento. A volte è soltanto il modo più economico che la sua mente ha trovato per non perdere nessuno.
Il significato del letto e dei rituali nella mente infantile
Per noi adulti possono bastare alcuni mesi per pronunciare parole come “nuovo compagno”, “nuova casa”, “nuova famiglia”. La mente di un bambino piccolo non procede attraverso le nostre definizioni. Procede attraverso presenze, assenze, odori, voci, rituali. Attraverso il corpo della mamma, quello del papà, il rumore della porta che si chiude, la persona che trova al risveglio e attraverso la notte.
Il letto, nei primi anni della vita, non è soltanto il posto dove si dorme. È uno dei luoghi nei quali il bambino impara progressivamente qualcosa di enorme: che esiste lui e che esiste l’altro. Impara la vicinanza e la distanza, la sicurezza e la separazione, l’intimità e il confine.
La differenza tra ciò che è lecito e ciò che è opportuno
Per questo trovo culturalmente povera la domanda: “Dormire con il nuovo compagno della mamma gli farà male?”. Non lo sappiamo in astratto. La psicologia non dovrebbe trasformarsi in un tribunale morale e non esiste un’equazione secondo la quale quel comportamento produca automaticamente un trauma.
Ma possiamo rovesciare la domanda. C’è davvero bisogno che accada?
Perché deve essere un bambino piccolo a entrare così rapidamente nell’intimità della nuova coppia e non la nuova coppia a rispettare i tempi del bambino? Qui incontriamo una zona delicata anche per il diritto di famiglia. La legge tutela l’interesse del minore e può intervenire quando emerge un concreto pregiudizio. Ma il diritto, inevitabilmente, si ferma davanti a molte soglie della vita quotidiana.
Non può scrivere un codice della buonanotte.
Non può stabilire dopo quanti mesi un nuovo partner possa diventare una presenza familiare, quanto debba aspettare prima di entrare in determinati rituali, quando una vicinanza diventi invasione. E forse è giusto che non lo faccia.
Ma c’è qualcosa che mi preoccupa nella nostra cultura: abbiamo cominciato a confondere ciò che non è vietato con ciò che è necessariamente opportuno. Sono due cose profondamente diverse. Tra il divieto e la libertà esiste infatti un territorio immenso che nessun tribunale potrà amministrare completamente. Si chiama responsabilità adulta.
I ruoli genitoriali e il valore del tempo
Quando una coppia si separa, può terminare un amore ma non termina la funzione materna, non termina quella paterna e soprattutto non si apre un concorso per il posto rimasto vacante.Un nuovo compagno può diventare una figura affettiva straordinariamente importante. Può accompagnare, proteggere, educare. Un bambino può arrivare ad amarlo profondamente.
Proprio per questo quel legame merita tempo. I bambini non hanno bisogno che fingiamo che nulla sia cambiato. Hanno bisogno che permettiamo loro di capire che qualcosa è cambiato senza costringerli immediatamente ad abitare il nostro cambiamento.
Il dovere di un padre: non usare il figlio per guarire la propria ferita
E poi c’è quel padre. Anche a lui chiederei qualcosa di difficile. Non interrogare tuo figlio quando torna dalla mamma. Non chiedergli chi c’era nel letto. Non utilizzarlo come un piccolo inviato speciale mandato a raccogliere informazioni nella vita della tua ex. Non chiedergli di essere geloso al posto tuo. E soprattutto non chiedergli di difendere il tuo posto. Un figlio non deve curare la ferita sentimentale di suo padre.
Un padre può parlare con la madre, chiedere gradualità e confini. Può cercare una mediazione, una consulenza professionale e, quando esiste un concreto pregiudizio, ricorrere agli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento. Ma poi deve fare la cosa più difficile. Continuare a essere padre.
Il posto psichico inamovibile
Perché un altro uomo potrà dormire in quel letto, potrà sedersi a quella tavola, potrà accompagnare quel bambino a scuola, preparargli la colazione, portarlo al mare. Potrà diventare persino qualcuno che suo figlio amerà. E forse un giorno quel padre dovrà essere abbastanza adulto da essere contento che suo figlio abbia incontrato un’altra persona capace di volergli bene. Ma c’è una cosa che nessun nuovo compagno può occupare semplicemente arrivando dopo.
Perché i posti importanti nella mente di un bambino non coincidono con quelli che gli adulti occupano nelle fotografie. E nemmeno con quelli che occupano nei letti. Forse il vero problema delle separazioni contemporanee non è che gli adulti si concedano una seconda vita. È quando pretendono che i bambini siano pronti a viverla prima di loro.
Portare la riflessione fuori dalla stanza di terapia
È anche da domande come questa che nasce una parte del mio lavoro fuori dalla stanza di psicoterapia. Nel Formoso Therapy Show porto in teatro storie, musica, psicologia e neuroscienze per parlare delle nostre relazioni senza trasformarle in lezioni. Perché ho imparato che alcune cose possiamo comprenderle leggendo altre ascoltando qualcuno che ce le spiega.
E altre ancora diventano improvvisamente nostre soltanto quando, seduti nel buio di un teatro, una parola, una storia o una canzone ci fanno pensare: “Sta parlando anche di me”.


















