Alessia Anselmo
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Giornalista sportiva dal 2013, professionista dal 2023. Ama raccontare i personaggi e le storie che stanno dietro al risultato agonistico. Laureata in lingue moderne e specializzata in giornalismo, tra le sue passioni ci sono i viaggi, la lettura e le serie tv. È incuriosita dalle nuove tecnologie e non vede l’ora di scoprire dove ci porteranno.

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Ciclone Harry, la Sicilia chiede aiuto. L’Italia cambia canale

Il ciclone Harry devasta la Sicilia con 740 milioni di danni, ma l’Italia guarda altrove. Perché alcune alluvioni fanno notizia e altre no? Un’analisi amara e diretta

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Alessia Anselmo
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Il ciclone Harry ha colpito la Sicilia orientale tra il 19 e il 21 gennaio, lasciando dietro di sé una scia di devastazione. Banchine danneggiate, attività balneari spazzate via, barche affondate, interi tratti di costa cancellati. Le prime stime parlano di 740 milioni di euro di danni, ma sono numeri provvisori, destinati a salire.

La Sicilia conta i danni. L’Italia guarda altrove

Eppure, mentre la Sicilia sta ancora contando i colpi, il resto del Paese sembra impegnato in altro. La copertura mediatica? Due minuti scarsi nei TG nazionali, per lo più senza dirette, senza approfondimenti, senza quella mobilitazione emotiva che in passato ha accompagnato tragedie simili altrove.

Fiorello e Petyx: “Parlatene, aiutateci”

A rompere il silenzio sono stati tra gli altri, due dei volti siciliani più noti. Rosario Fiorello, visibilmente colpito, ha raccontato in diretta su Rai Radio 2 con La Pennicanza, la distruzione di Letojanni e Giardini Naxos, luoghi della sua famiglia.

La sua è una polemica gentile, con un messaggio che però contiene qualche stoccata. “Mi hanno detto: parlane, parlane, aiutateci”, dice lo showman, perché in effetti nessuno lo sta facendo abbastanza. Nelle sue parole, ciò che ha lasciato Harry in Sicilia è “un disastro senza precedenti”, anche se c’è chi a livello istituzionale sta provando a sminuire l’accaduto.

Più diretta, invece, è stata Stefania Petyx. L’ex inviata di Striscia la Notizia, che lo scorso dicembre ha ricevuto il Premio Genio di Palermo, sul suo canale TikTok ha detto senza mezzi termini ciò che molti pensano: “Qui non è questione di fare i piagnoni. È che nessuno sta mostrando davvero cosa è successo. Le immagini parlano da sole, ma non le sta facendo vedere nessuno. Al Nord per molto meno partono dirette, speciali, raccolte fondi. Qui invece sembra tutto normale, come se fosse solo un po’ di pioggia. Ma non è così”.

“Non chiediamo pietà, chiediamo visibilità – prosegue Petyx – Perché se non si vede, non esiste. E se non esiste, nessuno interviene”.

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Le alluvioni che fanno notizia e quelle che non la fanno

La storia italiana è piena di mobilitazioni nazionali che hanno segnato l’immaginario collettivo. Nel 1966, a Firenze, senza social e senza dirette, migliaia di giovani — molti dei quali siciliani — partirono spontaneamente per aiutare una città in ginocchio. Nel 2023 e nel 2024, l’alluvione in Emilia-Romagna occupò per giorni le prime pagine, con dirette continue, raccolte fondi immediate e un Paese intero che si riconobbe in quella tragedia.

In quei casi, purtroppo, ci furono decine di vittime. In Sicilia no, ed è un sollievo. Ma l’assenza di morti non dovrebbe mai tradursi in un’assenza di attenzione, perché i danni, le perdite economiche e la devastazione del territorio restano comunque enormi.

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La settimana sbagliata: Davos monopolizza l’attenzione

C’è poi un dettaglio non irrilevante: Harry è arrivato proprio nei giorni del World Economic Forum di Davos, quando tutti i media internazionali – e nazionali – avevano gli occhi puntati sulla Svizzera.

Risultato? La Sicilia è finita in fondo alla scaletta, schiacciata tra geopolitica, economia globale e ospiti illustri.

Cosa significa “notiziabilità” (spiegato semplice)

Ed è qui che entra in gioco la cosiddetta notiziabilità delle notizie. La notiziabilità è il criterio con cui una redazione giornalistica decide se un fatto merita spazio, tempo e approfondimento. Dipende da molti fattori, dalla vicinanza geografica al pubblico, dal numero di persone coinvolte all’impatto economico, dalla forza delle immagini disponibili alla rilevanza percepita per chi guarda.

In pratica, se un disastro avviene in un’area densamente popolata, economicamente centrale e già piena di telecamere, diventa automaticamente più “notiziabile”. Il Sud, storicamente, paga questo squilibrio. Meno popolazione, meno centri nevralgici, media nazionali meno presenti sul territorio.

E la Sicilia, ancora una volta, paga dazio.

La solidarietà che arriva… ma dall’estero

Paradossalmente, la solidarietà più visibile arriva dall’estero. Spagna, Portogallo, Grecia — Paesi colpiti dallo stesso ciclone — hanno condiviso immagini, messaggi, appelli.

Il video pubblicato da BE Sicily Mag su Instagram, con le onde che inghiottono interi tratti di costa, è stato rilanciato e commentato da utenti stranieri più che italiani. Un dettaglio che dice molto.

Intanto, il presidente Renato Schifani ha assicurato che la Regione sarà al fianco dei siciliani e ha messo sul tavolo i primi 50 milioni per l’emergenza, ma di fronte ai 740 milioni di danni stimati è evidente che promesse e stanziamenti iniziali non bastano. Il resto, per ora, resta appeso all’attenzione — intermittente — del governo nazionale.

Crowdfunding, il grande assente

Di fronte al ciclone Harry, la Sicilia è stata costretta suo malgrado a scoprire anche un’altra verità poco piacevole. Quando serve una mobilitazione nazionale, qui non parte quasi mai nulla. Nessuna raccolta fondi, nessuna campagna istituzionale, nessun moto collettivo di solidarietà. Altrove, alla prima esondazione, l’Italia si compatta in un riflesso quasi automatico. In Sicilia, invece, si resta in attesa, come se il tempo potesse sistemare da solo ciò che il mare ha distrutto. Si guarda, si commenta, si minimizza. E intanto i danni restano lì, ben più concreti dell’attenzione che non arriva.

Musumeci: “Non abbiamo bisogno di spinte emotive”

Il ministro per la Protezione civile e per le politiche del mare, il catanese Nello Musumeci, ha provato a riportare tutto su un piano più sobrio, dicendo che forse “non c’è percezione dell’entità dei danni”, ma che i siciliani “non hanno bisogno delle spinte emotive del Nord”. Può anche darsi. Ma nel 2026 sappiamo bene che la percezione non nasce spontaneamente. La costruiscono i media, le immagini, la narrazione pubblica. E se i giornalisti non guardano, il Paese non vede. È semplice, quasi banale, ma continua a ripetersi.

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Non è una gara del dolore

Non si tratta di fare la gara del dolore, né di ripetere il mantra “a noi, non ci considera nessuno”. Qui la questione è più concreta e ha radici profonde. In Italia esistono disastri che diventano immediatamente nazionali e disastri che restano confinati nella loro provincia emotiva. La Sicilia, ancora una volta, è finita nella seconda categoria.

Harry passerà, i danni verranno conteggiati, la ricostruzione — prima o poi — inizierà. E chissà quanto durerà. Ma la domanda rimane sempre la stessa. Quante volte ancora un pezzo d’Italia dovrà gridare per essere ascoltato?

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