La Sicilia rafforza la propria presenza nei luoghi in cui si decide il futuro del turismo italiano. Rosa Di Stefano, presidente di Federalberghi Palermo e vicepresidente di Federalberghi Sicilia, entra nel direttivo nazionale di Federalberghi Extra, il settore che rappresenta l’intero comparto extralberghiero italiano. Una nomina che, insieme a quelle di Christian Del Bono (Isole Eolie), Pierpaolo Biondi (Riviera Jonica) e Giovanni Occhipinti (Ragusa), arriva in un momento cruciale per il comparto.
Rosa Di Stefano e il futuro di Federalberghi Extra
Abbiamo intervistato Rosa Di Stefano per capire cosa rappresenti quest’incarico, quali sfide attendono il settore e quale idea di turismo la Sicilia può portare nel dibattito nazionale, considerando la crescita dei flussi, le nuove forme di ospitalità e la necessità di regole chiare.
Cosa rappresenta questa nomina per lei e per la Sicilia?
Per me è una grande responsabilità. Non la vivo come un riconoscimento personale, ma come un mandato di rappresentanza in una fase in cui l’extralberghiero ha bisogno di visione, regole chiare e capacità di stare dentro il cambiamento senza subirlo. Per la Sicilia è un segnale importante. Oggi siamo considerati interlocutori credibili, non per cortesia ma per contenuti, esperienza e numeri. Qui il turismo è economia reale, identità e presidio sociale dei territori. Portare questa voce nei luoghi in cui si decide è un impegno prima ancora che un onore.
Quali sono oggi le priorità più urgenti per l’extralberghiero?
Il settore è cresciuto moltoperché ha intercettato una domanda nuova, più flessibile, più diversificata, più vicina a certi stili contemporanei di viaggio. Ma ora deve maturare. La prima priorità è la qualità. Crescere bene, non solo crescere. Servono standard, formazione, cultura dell’accoglienza e rispetto delle regole. La seconda è la legalità. Dove non c’è trasparenza, dove c’è abusivismo, dove manca il rispetto delle norme, si altera il mercato, si indeboliscono gli operatori seri e si mette a rischio anche l’immagine della destinazione.
La terza è una governance moderna, capace di gestire piattaforme digitali, nuovi modelli di ospitalità , i flussi turistici, l’impatto urbano e sociale: tutto questo non può essere lasciato all’improvvisazione. E poi c’è un tema culturale. Sentirsi parte di un sistema, non individualità isolate. quando si comprende di appartenere a una filiera, cambia il modo di stare sul mercato e cambia anche il modo di prendersi cura del territorio. E il turismo, prima ancora che business, è una forma di responsabilità verso i luoghi che ci vengono affidati.
Come si governa la crescita dell’extralberghiero in Sicilia senza snaturare i territori?
Con equilibrio. La crescita è positiva perché porta investimenti e attrattività, ma va governata. Servono regole certe, monitoraggio, controllo dell’impatto nei centri storici, tutela dei residenti, qualità dell’offerta e una programmazione che distribuisca i flussi nel tempo e nello spazio. Il rischio, altrimenti, è che il turismo diventi una pressione invece che una risorsa. La Sicilia ha un vantaggio: può ancora scegliere. Può decidere di costruire un modello che non insegua gli errori di altre grandi destinazioni, ma che tenga insieme economia e identità, crescita e misura, mercato e comunità. Una città o una regione restano attrattive finché non perde la propria anima.

Quali sono i nodi più critici del turismo italiano su cui intervenire subito?
Il primo è quello delle regole: devono essere uguali per tutti, soprattutto nell’uso delle piattaforme digitali. Le piattaforme sono strumenti potenti, ma il loro utilizzo deve stare dentro un quadro di trasparenza, tracciabilità e responsabilità. Il secondo è la gestione dei flussi: non basta celebrare i numeri, bisogna capire dove vanno i visitatori, quando, quanto si fermano, con quali servizi e con quale impatto. Il terzo è il capitale umano.
Oggi non basta dire che manca personale: bisogna capire perché manca, perché tanti giovani non scelgono più questo settore o lo abbandonano presto. Servono formazione, dignità professionale, percorsi seri di crescita, maggiore connessione tra scuola e impresa. Senza persone preparate, motivate e rispettate, il turismo perde la sua verità più profonda, crescendo nei numeri ma indebolendosi nella struttura.
L’aumento degli iscritti a Federalberghi Palermo cosa racconta del settore?
Racconta un bisogno crescente di rappresentanza e appartenenza. Chi opera nell’extralberghiero capisce che non può stare sul mercato da solo: servono regole, qualità, promozione e relazioni istituzionali. È un segnale culturale: il settore vuole sentirsi parte di una comunità professionale. Per noi è un riconoscimento del lavoro fatto sul territorio, ma anche una responsabilità: più persone si affidano a noi, più dobbiamo essere capaci di accompagnarle e tutelarle. La vera forza di un comparto nasce quando smette di pensarsi come somma di singole attività e comincia a riconoscersi come comunità economica e professionale. E ogni volta che accade, il turismo diventa più forte, ma diventa anche più bello.
Quale idea di turismo vuole portare nel dibattito nazionale nei prossimi anni?
Un turismo consapevole, che rafforzi i territori invece di consumarli. Che non viva di rendita sulla bellezza, ma la protegga. Che oltre al fatturato generi qualità urbana, occupazione stabile e opportunità per i giovani. Che tenga insieme città e borghi, coste ed entroterra, innovazione e radici. Un turismo che ragioni in termini di stagionalità differenziata, di motivazioni di viaggio, di esperienze distribuite.
Per realizzarlo servono dati affidabili, programmazione integrata, formazione, infrastrutture, regole semplici ma rigorose e un’alleanza stabile tra pubblico e privato. Ma serve soprattutto una scelta di fondo: decidere che tipo di turismo vogliamo essere. Perché il turismo è il modo in cui un territorio si racconta. Dobbiamo crescere senza tradirci. Io vorrei lavorare esattamente per questo. Per un turismo che produca valore, sì, ma che lasci anche un’eredità. Non solo più presenze. Più futuro.













