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La Sicilia punta sul tartufo: Agrigento diventa il cuore della nuova filiera regionale

Da Burgio a Cianciana nasce un progetto per valorizzare un patrimonio ancora poco conosciuto: mappatura dei territori vocati, formazione dei cavatori e promozione turistica ed enogastronomica al centro della strategia

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Il tartufo siciliano entra in una nuova fase. Non una tradizione antica come quella di altre regioni italiane, ma un patrimonio naturale che potrebbe trasformarsi in una nuova opportunità economica per le aree interne dell’Isola. A guidare questo percorso è il territorio agrigentino, dove negli ultimi mesi si sono concentrati nuovi strumenti istituzionali e progettualità dedicate allo sviluppo della tartuficoltura.

“Pur non avendo una tradizione tartuficola secolare – ha spiegato Vincenzo Galifi, sindaco di Burgio – il tartufo rappresenta un’opportunità per costruire dal basso una nuova prospettiva di sviluppo, capace di intrecciarsi con altre reti associative già presenti sul territorio, dalle Città delle Ceramiche alle Città dell’Olio”. Un approccio che guarda quindi non solo alla produzione, ma anche alla possibilità di creare nuove economie legate all’enogastronomia e al turismo rurale.

La mappatura dei territori e la formazione dei cavatori

Il primo passo è arrivato con la nomina di Vincenzo Galifi, sindaco di Burgio, a coordinatore regionale dell’Associazione Italiana Città del Tartufo, realtà nazionale che riunisce Comuni e territori impegnati nella valorizzazione del pregiato fungo ipogeo. Una scelta che inserisce la Sicilia all’interno di una rete che coinvolge circa 90 realtà in 14 regioni italiane e che punta a promuovere ricerca, cultura del tartufo e percorsi turistici legati al prodotto.

Accanto alla rete istituzionale, la Sicilia ha avviato anche un lavoro tecnico di conoscenza e monitoraggio delle aree tartufigene attraverso il Co.Re.Ta.S., il dipartimento regionale che segue lo sviluppo, il censimento e la valorizzazione del comparto. La sede operativa regionale si trova a Cianciana, sempre nell’Agrigentino, ed è guidata dal funzionario e micologo Giuseppe Destrino Papia.

Il lavoro riguarda la mappatura delle zone più vocate alla crescita spontanea del tartufo, dai Monti Sicani alle Madonie, passando per gli Iblei e i Nebrodi, con l’obiettivo di individuare le potenzialità dei diversi ecosistemi boschivi siciliani. Un patrimonio che comprende circa trenta varietà fungine ipogee presenti nell’Isola, sette delle quali considerate di interesse commerciale.

Si punta alla formazione di operatori e cavatori

Il progetto punta anche sulla crescita delle competenze: sono già stati avviati corsi per il rilascio degli attestati destinati ai futuri operatori e sono centinaia i cavatori formati o in possesso del tesserino necessario per la raccolta. Parallelamente si guarda alla nascita di nuovi impianti tartufigeni nei terreni agricoli, così da affiancare alla raccolta spontanea una possibile produzione programmata.

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La sfida, dunque, è trasformare una risorsa ancora poco conosciuta in un elemento di identità territoriale, capace di unire agricoltura, ristorazione e turismo. Attraverso itinerari, mostre mercato e iniziative di promozione gastronomica, il tartufo potrebbe diventare un nuovo ambasciatore delle aree interne siciliane, portando sulle tavole un prodotto nato dai boschi dell’Isola.

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